I risultati delle prime elezioni in Israele dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza piombano il Paese in un limbo politico, un’incertezza destinata a protrarsi settimane e forse mesi. E creano una situazione di accresciuto pericolo in tutto il Medio Oriente.
”Abbiamo una possibilità storica di porre fine, con il nostro amico Trump, alla minaccia iraniana”, ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu mentre affluivano i risultati elettorali. Lui resta alla guida del governo, nelle more dei negoziati per un nuovo esecutivo, e ha il potere di rilanciare le ostilità contro l’Iran.
E il Wall Street Journal mette in apertura che gli Stati Uniti hanno già avvertito i Paesi del Golfo d’una possibile “breve, ma intensa ripresa della guerra all’Iran” subito dopo le elezioni di midterm, martedì 3 novembre: “Ci sono ulteriori segnali che i militari americani e israeliani si stanno preparando a una potenziale nuova ondata di attacchi con aerei e missili, per indurre con la forza Teheran a negoziare”.
E’ la conferma che siamo nel mezzo d’ una serie di elezioni – Brasile e Serbia domenica scorsa, Israele martedì 27, midterm negli Usa martedì prossimo – che ridisegnano l’influenza internazionale degli Stati Uniti e incidono sugli equilibri di potere nell’Unione e internazionali. A sorpresa, Donald Trump perde in Brasile, dove il suo candidato Claudio Bolsonaro è sconfitto dal presidente uscente Luis Inacio Lula da Silva, un’icona planetaria della sinistra operaista; ma – sempre a sorpresa – vince, o almeno non perde, in Israele, dove gli elettori non scaricano Netanyahu.
Il magnate presidente si assume il merito di avere salvato ‘il soldato Bibi’. In un insolito messaggio in terza persona sul suo social Truth scrive: “Quando il presidente Trump ha dato il suo sostegno a Bibi Netanyahu, la situazione è completamente cambiata. Eb ora quella che sembrava una sconfitta per un Grande Primo Ministro appare essere un’insperata rimonta che ha portato a una fase di stallo, se non a una vittoria per Netanyahu …. Tutto è successo dopo il sostegno del presidente Trump che vuole solo il bene del Medio Oriente, di Israele e degli Stati Uniti d’America”.
Con l’Iran, la ripresa del conflitto potrà servire a Trump ad attutire l’eco di una sconfitta al midterm. Sul fronte dell’Ucraina, il magnate presidente assicura che “la pace è vicina” – lo dice dal giorno che s’è insediato -. In Brasile, Trump lascia cadere la richiesta di Bolsonaro di invalidare le elezioni, perché, dice Politico, un braccio di ferro con Lula “minaccerebbe la fragile distensione commerciale in atto”, ma accoglie negli Stati Uniti il candidato sconfitto e la sua famiglia.
A Claudio Bolsonaro, la giustizia brasiliana aveva ordinato di consegnare il passaporto, perché è indagato per corruzione. Invece, lui ha scelto di fuggire, prima in Argentina, poi in Ecuador e infine negli Stati Uniti, come aveva fatto suo padre, l’ex presidente Jair Messias Bolsonaro, che era negli Usa quando scatenò la sommossa del 7 gennaio 2022, per rovesciare l’esito delle elezioni del 2021 – oggi, sconta ai domiciliari la pena inflittagli per quel complotto -.
Anche in Venezuela l’Amministrazione Trump si sta muovendo: il segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito la leader dell’opposizione, e Nobel per la Pace 2025, Maria Corina Machado, appena rientrata in patria, che “le proteste di piazza non ridaranno al Paese la democrazia”: ennesima prova dell’allineamento d’interesse tra gli Usa di Trump e il regime venezuelano – oggi impersonificato dalla presidente ad interim Nancy Rodriguez, dopo il sequestro da parte degli Usa del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie -. Una verifica della legittimazione democratica del potere non è una priorità per gli Usa di Trump: contano gli affari e il petrolio; e, su quelli, Rodriguez offre garanzie.
Israele: elezioni, nessuno ha vinto, ma Netanyahu non ha perso

Il giorno dopo le elezioni israeliane, l’unica cosa chiara è che non è chiaro chi abbia vinto: accade spesso, col sistema di ripartizione dei seggi proporzionale (salvo la soglia del 3,25%) ed una selva di partiti in lizza. Mentre lo scrutinio delle schede prosegue – ci vorranno giorni per ultimarlo: infatti, i risultati ufficiali saranno proclamati il 4 novembre -, pare comunque acquisito che nessuno dei due schieramenti contrapposti avrà la maggioranza dei seggi della Knesset (61 su 120).
A metà scrutinio, il Likud del premier Netanyahu è in vantaggio su Yashar di Dari Eisenkot, partito d’opposizione principale. Il terzo partito più votato è Insieme dell’ex premier Naftali Bennett.
La coalizione di Netanyahu – i partiti di destra più i movimenti ultra-religiosi ortodossi – perde voti e seggi (specie il Likud, in netto calo rispetto al 2022) e può arrivare a 56 seggi. Quella di Eisenkot, un blando centro-sinistra, raccoglie una cinquantina di seggi. I seggi restanti, una quindicina, vanno agli arabo-israeliani, mai così forti nella Knesset.
Le Monde, che parla “della vertigine di una Knesset senza maggioranza”, rileva che “l’opposizione non è riuscita a detronizzate il Likud” e che “nessuno dei due blocchi può formare un governo”. L’affluenza alle urne è stata molto alta, quasi il 78%, la più alta dal 1999. E gli arabo-israeliani sono andati alle urne in gran numero, il che spiega il successo dei loro partiti.
Ora, ci saranno settimane di trattative fra i leader politici israeliani, specie Netanyahu ed Eisenkot: il presidente della Repubblica Isaac Herzog ha 28 giorni di tempo per indicare il premier. Il fatto d’aver ottenuto la maggioranza relativa dei voti e dei seggi non garantisce l’incarico, che va a chi ha più chances di riuscire a coagulare una maggioranza a sostegno di un governo.
Israele: elezioni, le opzioni possibili
Le ipotesi vanno da tentativi di formare governi di minoranza – la coalizione di centro-sinistra potrebbe cercare l’appoggio, magari esterno, di uno dei partiti arabo-israeliani – a una grande coalizione – non inedita – al ritorno alle urne (prima delle elezioni del 2022, c’era stata una fase politica molto turbolenta in Israele con cinque elezioni in pochi anni).
Nell’ipotesi ‘grande coalizione’ c’è un’ulteriore variante: con o senza Netanyahu: se il premier facesse un passo indietro, l’accordo tra Likud, Yashar e Insieme, che non sarebbe comunque sufficiente a raggiungere i 61 seggi, sarebbe più semplice, perché il vero e forse il solo collante dell’opposizione è l’ostilità a Netanyahu. Perché questa opzione sia praticabile, bisognerà, però, riconoscere al premier che si fa da parte una via d’uscita dai processi per corruzione in corso e magari anche dalle inchieste mai avviate sulla mancata prevenzione del 7 ottobre 2023.
Ovviamente, risultati così ‘liquidi’ si interpretano a letture contrapposte. Ad esempio, la Cnn titola “nessun chiaro vincitore”, ma interpreta il voto come “una sconfessione” di Netanyahu, il cui partito perde seggi – ma resta il primo – e la cui coalizione non ha più la maggioranza nella Knesset. Invece, la Fox, sotto il banner “la corsa di fa più serrata”, titola che “Netanyahu guadagna terreno, dopo che Eisenkot lo invita a farsi da parte”. Lo stesso leader dell’opposizione è incoerente: dice che Israele ha votato per il cambiamento, ma il Likud ha più suffragi del suo partito.
Il New York Times è più articolato: “I leader rivali – titola – esibiscono toni trionfali, ma l’esito è lungi dall’essere chiaro”. Il giornale ricorda che due volte in passato Netanyahu è stato estromesso dal potere ed è poi tornato, che è in gioco anche il futuro economico – non solo quello politico – d’Israele e che i risultati pesano sui palestinesi, che però non hanno modo di dire la loro.
A proposito dei Palestinesi, in CisGiordania, dove Israele ha dato un giro di vite repressivo dopo l’uccisione di due militari israeliani, e nella Striscia di Gaza, l’ambasciatore Francesco Bascone scrive su Tpi: “A distanza di un anno dall’armistizio e dalla creazione del Board of Peace, l’attuazione del piano di pace in tre fasi non è decollata e la situazione umanitaria nella Striscia è catastrofica, anche se non si muore più di fame. In questo anno, i quotidiani attacchi israeliani hanno fatto circa 1400 morti (compresi 340 bambini), più che l’orrenda strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre 2023”.
Il Washington Post ritorna sul fatto che Netanyahu voleva riprendere gli attacchi all’Iran ancor prima delle elezioni, convinto che un clima di guerra gli conveniva alle urne, ma che Trump, stavolta, l’ha stoppato, perché, invece, la riesplosione del conflitto danneggerebbe i repubblicani nelle consultazioni di martedì prossimo, dove già rischiano di perdere il controllo della Camera e forse anche quello del Senato. Ma, una volta passato il midterm, Trump non avrà più freni; e, anzi, una fiammata di guerra potrebbe fargli gioco.
Diplomatici e funzionari statunitensi non essenziali nell’area hanno già ricevuto l’ordine di lasciare le loro sedi, nel timore di reazioni iraniane alla ripresa degli attacchi israelo-americani.
Ucraina: l’effetto midterm favorisce Putin e la Russia
Mentre il Medio Oriente attende la scossa d’urto del dopo elezioni in Israele, in Ucraina l’ ‘effetto midterm’ si fa sentire prima del voto di metà mandato negli Stati Uniti il 3 novembre – obiettivo: rinnovare tutta la Camera, 435 seggi, e un terzo del Senato, 35 seggi su 100 -. Ansioso di fare scendere i prezzi del carburante alla pompa nell’Unione e di potere vantare un qualche successo, Trump ripete che “la pace è più vicina che mai”, mentre la ‘ministra degli Esteri’ Ue Kaje Kallas dice che “ci sono poche speranze di una pace imminente”.
Ma gli europei paiono incerti sul da farsi: l’iniziativa del presidente finlandese Alexander Stubb e del premier norvegese Jonas Gahr Store di parlare di Ucraina con Putin suscita più critiche che consensi.
Il magnate presidente le prova tutte per compiacere il presidente russo Vladimir Putin, con lo scopo di riportare sui mercati mondiali il petrolio russo, per calmierare i prezzi, e di riannodare con Mosca le trattative sull’Ucraina – dovrebbe essere cosa fatta a metà novembre -. E resta l’idea di un vertice a tre Usa/Russia/Cina dove parlare d’Ucraina senza avere il fastidio degli ucraini e degli europei: l’obiettivo, forse un’illusione, è un’intesa entro fine anno, magari una pace firmata in Florida al G20 di dicembre.
Secondo il Financial Times, Washington e Mosca stanno discutendo del ritorno delle aziende Usa sul mercato petrolifero russo. La Casa Bianca e il Cremlino ritengono che, finita la guerra, potrebbe essere riavviata una joint venture tra i colossi petroliferi statunitensi e russi al largo di Sakhalin. E c’è pure l’ipotesi d’un coinvolgimento di grandi compagnie Usa nella ripresa di forniture di petrolio russo all’Europa attraverso l’oleodotto Druzhba: Trump non perde il vizio di decidere per gli altri senza consultarli.

Papa Leone XIV, in un messaggio a un evento per la pace ad Assisi, ricorda che “la ‘guerra santa’ non esiste” e che “solo la pace è santa”. E, nel giorno in cui scatta la tregua umanitaria a Oleshky, lembo di terra ucraina nella regione del Kherson, ormai ridotto allo stremo, evita di aprire polemiche con Melania Trump che si attribuisce il merito del cessate-il-fuoco localizzato, che deve consentire agli aiuti umanitari di entrare nella località assediata e di evacuare i civili rimasti, per lo più anziani. Nei giorni scorsi, il Papa aveva telefonato ai presidenti russo e ucraino Putin e Zelensky, per parlare loro della situazione di Oleshki e spronarli alla tregua.
Per definire i termini dell’operazione, la First Lady statunitense ha lavorato – dice la Casa Bianca – “con i vertici russi e ucraini”. “È apparso del tutto evidente che, senza il mio intervento, sarebbe stato impossibile far arrivare aiuti umanitari in città ed evacuare gli anziani”, afferma Melania, impegnata da tempo a favorire il ricongiungimento familiare dei bambini separati dai propri cari.
Il presidente Trump ha elogiato la moglie, ma ne ha escluso un coinvolgimento nei negoziati a tre Usa, Russia e Ucraina che riprenderanno a novembre ad Abu Dhabi – a rappresentare la ‘famiglia’, lì ci sarà il ‘primo genero’ Jared Kushner -. “Lei vuole salvare i bambini – dice Trump di Melania -: questo è il suo focus”.
Dal Cremlino, è arrivato un plauso alla First Lady: “Ha dato un significativo contributo”, riconosce il portavoce Dmitry Peskov. Con l’Ucraina e con il suo presidente Volodymyr Zelensky, i rapporti di Trump restano tesi, specie dopo il congelamento delle sanzioni alla Russia e il rallentamento dell’operatività di Starlink.
Un gruppo bipartisan di senatori ha avvertito la Casa Bianca che bloccherà tutte le nomine di Trump giacenti in Senato fino a che il servizio di Starlink per Kiev non sarà ripristinato al cento per cento. La velocità di connessione è ancora limitata per le operazioni militari. In mancanza di uno Starlink al 100% e di Patriot, l’Ucraina è sempre più esposta ai continui pesanti attacchi russi.














