A cinque settimane dal voto di midterm del 3 novembre, ansia e panico cominciano a serpeggiare fra i candidati repubblicani, anche negli ‘Stati rossi’, cioè quelli conservatori – gli ‘Stati blu’ sono quelli progressisti -: l’ambiente socio-politico creato dalla guerra all’Iran e dall’aumento del costo della vita e in particolare dei carburanti crea e alimenta un allarme diffuso che i democratici possano “prendere tutto”. Politico afferma che “le contraddizioni” del presidente Donald Trump e “gli echi negativi delle sue decisioni” si accumulano e pesano sui candidati repubblicani.
Così, molti di essi prendono le distanze dal presidente volta a volta sulla guerra, sui dazi, persino sulle deportazioni degli immigrati senza documenti, anche negli Stati più tradizionalmente sicuri, dove i loro seggi sono improvvisamente a rischio, come Alaska, Iowa, Maine, persino Texas.
Un esempio: sul fronte dell’Iran, il magnate presidente ha bocciato la tregua di una settimana proposta da Teheran, che comportava la riapertura dello Stretto di Hormuz e, in parallelo, la levata del blocco Usa ai porti iraniani. Eppure, il cessate-il-fuoco avrebbe ridato fiato ai frenetici mercati dell’energia planetari e avrebbe, quindi, alleggerito la pressione sui consumatori statunitensi, che decideranno chi votare alle elezioni di midterm in base al prezzo dei carburanti alla pompa.
Nelle ultime settimane, un altro fattore s’è aggiunto alle discriminanti elettorali: le preoccupazioni sull’IA espresse da guru dell’informatica, che segnalano il rischio che la ‘creatura’ sfugga di mano e diventi una minaccia. Ad appassionare per ora gli elettori, non è però il dibattito tra chi vuole regolamentare il fenomeno e chi no – tra questi, il presidente Trump -, ma sono piuttosto i progetti di costruzione di enormi ‘data center’ che suscitano diffidenze e resistenze a livello locale.
Midterm: il Congresso, la Camera, il Senato, la posta in gioco

Nelle elezioni di midterm, che cadono a metà di ogni mandato presidenziale, si rinnova sempre tutta la Camera (435 seggi, 219 repubblicani, 214 democratici, due vacanti) e un terzo del Senato (100 seggi, 53 repubblicani e 47 democratici, uno dei quali, però, John Fetterman, della Pennsylvania, vota spesso con i repubblicani). Il mandato dei deputati dura due anni, quello dei senatori sei. Quest’anno, i seggi in palio al Senato sono 35: 33 di senatori a fine mandato e due per riempire vuoti creati da decessi e/o ritiri.
Il livello di popolarità molto basso del presidente – solo un americano su tre ne approva l’operato – e i sondaggi sulle intenzioni di voto fanno pensare che i democratici conquisteranno la maggioranza alla Camera, dove il margine dei repubblicani è risicatissimo – quattro seggi -. Il Senato, invece, è in bilico: i democratici devono strappare ai repubblicani quattro seggi, senza perderne nessuno; se finisse 50 a 50, il Senato resterebbe repubblicano, perché, in caso di parità, il voto decisivo è quello del presidente dell’assemblea, che è il vice-presidente JD Vance.

Ai democratici, basterà conquistare la maggioranza in uno dei due rami del Congresso per potere paralizzare le iniziative legislative dell’Amministrazione Trump. Dovessero avere la maggioranza sia alla Camera che al Senato, il presidente Trump diventerebbe ‘un’anatra zoppa‘ – gli americani chiamano così un presidente senza potere – e sarebbe anche esposto al rischio di impeachment.
Per provare a salvare ‘il soldato Donald’, che ci mette del suo per farsi affossare, i repubblicani hanno giocato la carta del ‘gerrymandering’ selvaggio: hanno cioè ridisegnato i colleghi elettorali degli Stati da loro controllati per garantirsi più seggi. In alcuni casi, come in Florida, Louisiana e altrove, è andata bene; in altri, come in Missouri, la Corte Suprema ha bloccato l’operazione. E i democratici non solo stati a guardare. In California e altrove hanno fatto ‘gerrymandering’ anche loro.
L’ultima carta – falsa – giocata da Trump il baro è stata la promessa di 5000 dollari a ogni cittadino americano adulto se i repubblicani manterranno la maggioranza sia alla Camera che al Senato. L’impatto della promessa è difficile da verificare nei sondaggi, perché quei soldi potrebbero ‘motivare’ soprattutto chi di solito non vota e non risponde ai sondaggi. Quelli cui la politica non interessa, ma 5000 dollari fanno comodo.














