HomeIl SettimanaleEuropa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: gli studenti della Sapienza...

Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: gli studenti della Sapienza la vedono così

Scritto per Media Duemila lo 04/06/2026 https://www.media2000.it/leuropa-alla-sfida-della-guerra-ibrida-e-cognitiva-gli-studenti-della-sapienza-la-vedono-cosi-i-parte/, l'11/06/2026 https://www.media2000.it/leuropa-alla-sfida-della-guerra-ibrida-e-cognitiva-gli-studenti-della-sapienza-la-vedono-cosi-ii-parte/ e il 18/06/2026 https://www.media2000.it/leuropa-alla-sfida-della-guerra-ibrida-e-cognitiva-gli-studenti-della-sapienza-la-vedono-cosi/

-

Studentesse e studenti della classe di Agenzie e Nuovi Media del corso di laurea in Editoria e Scrittura della Facoltà di Lettere della Sapienza hanno seguito, mercoledì 27 maggio, il convegno dal titolo ‘Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: le responsabilità dell’informazione’, organizzato, presso la sede in Italia del Parlamento europeo, a piazza Venezia, dall’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo, dall’Osservatorio TuttiMedia e da Media Duemila. Queste alcune loro cronache dell’evento, nell’ordine in cui sono state pubblicate, in tre puntate, il 4, 11 e 18 giugno, da Media Duemila. Questo articolo è uno speciale del Settimanale.

La verità “AI generated”, di Marco Mulattieri

A maggio 2026 un utente ha pubblicato su X un quadro di Monet autentico spacciandolo per un prodotto dell’IA: tra i commenti, critici ed appassionati non hanno riconosciuto la mano dell’artista e si sono lanciati in raffinate valutazioni sulla freddezza dell’opera, sull’assenza di anima e su una presunta sensibilità umana che l’intelligenza artificiale non può replicare. L’episodio, che ricorda da vicino il famoso caso delle teste di Modì nel 1984, ha messo a nudo un dato di fondo: siamo sempre meno capaci di riconoscere la verità.

Molti degli interventi più interessanti al convegno di mercoledì 27 maggio hanno rilevato quanto il fronte dell’informazione e della percezione cognitiva sia cruciale per i nuovi conflitti: anche se il lettore/ utente moderno è più consapevole e scettico, manipolare l’opinione pubblica è più facile se non è possibile verificare con certezza una notizia.

Tanto più se anche le macchine vengono ingannate da sé stesse. Il sito Newsguard, impegnato dal 2018 nella valutazione di attendibilità delle testate online, ha rilevato un altro caso interessante: analizzando una clip dell’IA con un’altra intelligenza artificiale, la seconda è stata ingannata ed ha giudicato reale la clip. Un cortocircuito inquietante, che risveglia i peggiori timori della letteratura su rivolte delle macchine e sottomissione dell’umanità.

Non a caso, intervenendo al convegno, Diego Ciulli, responsabile affari governativi e public policy di Google per l’Italia, ha ricordato come la sua azienda abbia introdotto già nel 2023 un sistema di filigrana invisibile (SynthID) per l’identificazione di contenuti generati con IA e ha annunciato, quasi in tempo reale, l’implementazione di un sistema di rilevamento automatico della filigrana in via sperimentale su Youtube. Certo: si potrebbe questionare sul ritardo tra introduzione della filigrana e sistema di rilevamento, o sull’opportunità di un contrassegno invisibile invece di sistemi più immediati e percepibili, ma apprezziamo le buone intenzioni.

Il punto è che il confine tra vero e falso si sta assottigliando e i criteri di valutazione diventano sempre meno validi: il giudizio umano è viziato da (pre)giudizi di fondo e l’intelligenza artificiale non è affidabile. Nell’era dell’informazione da tutti e per tutti, che non sempre viene filtrata da canali professionali, una soluzione potrebbe arrivare da un maggiore impegno nella tracciabilità delle fonti: se non è possibile impedire la generazione di contenuti falsi alla radice, si può, tuttavia, identificare con la maggiore chiarezza possibile gli autori, le fonti e i canali per risalire all’indietro la ‘catena di montaggio’ e responsabilizzare l’informazione digitale. Se non è possibile intervenire su cosa e come, si può almeno chiarire chi e perché.

—.

Europa tra algoritmi e spirito critico, di Nicolo Tosoni e Flavio Ferraresi

Google si presenta come un alleato nella lotta alla disinformazione. Ma fino a che punto possiamo credere che una delle più grandi piattaforme digitali al mondo possa essere giudice imparziale della qualità informativa? È uno dei temi emersi durante il convegno di mercoledì 27 maggio. Nei vari panel, politici, funzionari, giornalisti e rappresentanti del settore tecnologico si sono confrontati sulle nuove minacce all’ecosistema informativo.

Fra i tanti relatori, Diego Ciulli, responsabile delle relazioni istituzionali di Google in Italia, ha esposto le iniziative messe in campo dall’azienda per contrastare la disinformazione … Ciulli ha detto che l’azienda sta monitorando più di 200 gruppi coinvolti in attività di cyberattacco finanziate da governi e ha rimosso più di 1200 canali YouTube legati alla propaganda russa. E ha inoltre annunciato un potenziamento di Gemini: l’intelligenza artificiale sarà in grado di verificare se un video sia reale o creato da IA, così da etichettare in modo esplicito i video falsi pubblicati su YouTube.

Un aggiornamento cruciale nel contesto contemporaneo di guerra ibrida, che ritrae una Big Tech impegnata a contrastare la manipolazione informativa e a promuovere un uso responsabile dell’intelligenza artificiale. A contestare questa presentazione è stato il giornalista ed eurodeputato Gaetano Pedullà: “Google non è una vergine”, ha affermato Pedullà, secondo cui l’informazione di qualità non può dipendere da cabine di regia o dagli algoritmi, dato che, per loro stessa natura, essi tendono a premiare contenuti polarizzanti che influenzano la percezione della realtà negli utenti. Per questo motivo, l’eurodeputato sostenuto la necessità di costruire piattaforme editoriali europee indipendenti e di consolidare il sostegno ai professionisti del settore.

Il nodo cruciale del dibattito sull’informazione contemporanea sembra girare intorno al ruolo delle tecnologie digitali: sono una soluzione alla disinformazione o ne costituiscono una delle cause principali? In questa prospettiva si è collocato l’intervento conclusivo di Derrick de Kerckhove. Il sociologo de Kerckhove infatti, pur riconoscendo le potenzialità dell’intelligenza artificiale, si è concentrato sul pensiero individuale.

L’IA è infatti capace di cambiare il mondo in cui viviamo e la percezione che abbiamo di esso, ma in sé non è pericolosa. Il vero rischio per le democrazie, ha sostenuto, risiede nell’indebolimento della capacità critica delle persone. Per questo motivo oggi è urgente investire in “sicurezza cognitiva” (la protezione della mente umana dalle manipolazioni intenzionali) con la stessa energia con cui si investe nella difesa militare.

Un concetto che richiama le radici della sociologia dei media: già nel 1964 Marshall McLuhan, che di de Kerckhove è stato maestro, spiegava come comprendere il funzionamento dei media fosse la condizione necessaria per non subirne passivamente gli effetti. In un’epoca dominata da algoritmi, deepfake e intelligenza artificiale, il vero antidoto alla disinformazione resta la capacità critica delle persone.

—.

Picierno per il sostegno a un giornalismo di qualità, di Aurora Dipalma

“La disinformazione è ora una struttura operativa dei conflitti e delle questioni geopolitiche contemporanee”: è da questa consapevolezza che parte l’intervento di Pina Picierno al convegno di mercoledì 27 maggio. La vicepresidente del Parlamento europeo concentra la sua riflessione sul concetto di “guerra ibrida”, una guerra le cui trincee sono gli algoritmi e le ferite causate da armi invisibili si concretizzano nella manipolazione del consenso democratico e nella distorsione del dibattito pubblico.

La guerra ibrida si combatte in un modo singolare, alterando la percezione collettiva della realtà, manipolando il consenso democratico e, di conseguenza, colpendo la capacità decisionale delle economie e degli Stati stessi, fino a generare, talvolta, forme di paralisi democratica. In un’economia avanzata e interconnessa come quella dell’Unione europea, continua Picierno, non è possibile sottovalutare una minaccia di questo tipo. La vulnerabilità informativa diventa infatti anche vulnerabilità economica e politica: colpire la fiducia dei cittadini significa destabilizzare mercati, rallentare processi decisionali, compromettere la coesione sociale e mettere in discussione i principi democratici stessi.

Per questo motivo è necessario avviare un profondo cambio di paradigma, capace di rafforzare la sicurezza europea non sul piano militare, ma su quello economico, tecnologico e culturale. Tale cambio di paradigma deve partire “dal basso”, dalle e per le nuove generazioni. La vice-presidente mette sul tavolo delle ipotesi l’esigenza di una educazione cognitiva che cominci proprio dalla scuola: insegnare ad accendere e spegnere il computer ormai non basta più (e non serve a nulla); è, invece, necessario capire il meccanismo della manipolazione digitale, riconoscere le dinamiche degli algoritmi, analizzare criticamente le fonti e individuare contenuti alterati o generati dall’intelligenza artificiale.

L’alfabetizzazione digitale, in questa prospettiva, non riguarda soltanto le competenze tecniche, ma diventa una questione di cittadinanza democratica attiva. Non si tratta più soltanto di controllare territori o risorse materiali: oggi il terreno dello scontro è la mente dei cittadini, la loro capacità di distinguere il vero dal falso e di esercitare un giudizio critico autonomo. Se la tenuta di un sistema democratico dipende anzitutto dall’integrità dell’informazione, allora non si può prescindere dal sostegno e dal finanziamento di un giornalismo di qualità, capace di verificare le fonti e contrastare la manipolazione. Difendere la verità, imparare a orientarsi nel caos informativo e sviluppare senso critico rappresentano oggi condizioni essenziali per preservare la libertà individuale e la stabilità delle democrazie europee.

—.

Qualità dell’informazione come scudo democratico, di Nereide Terranova

Le guerre di oggi non si limitano più ai confini fisici dei campi di battaglia: si combattono in modo subdolo e pervasivo, nello spazio cognitivo e informativo. È quanto emerso dall’intervento di Cristina Monti, capo team degli Affari politici della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, in occasione del convegno di mercoledì 27 maggio. La relatrice ha descritto la manipolazione informativa come un vero e proprio “ecosistema industrializzato e multilivello” strutturato su strategie di propaganda e cyber-criminalità finalizzate alla saturazione dello spazio informativo e cognitivo con conseguente polarizzazione di opinioni e scelte politiche e sociali.

In questo senso, l’intelligenza artificiale starebbe ricoprendo un ruolo centrale nella costruzione delle campagne di influenza, accelerandone e amplificandone i processi. Per rispondere a una minaccia di tale portata, Monti spiega come l’Unione europea abbia agito attraverso una profonda evoluzione normativa, segnata in primis dal Digital Services Act (DSA), il regolamento europeo sui servizi digitali: qui il focus non riguarda più esclusivamente la moderazione all’interno delle piattaforme, ma si sposta sulla responsabilità informativa delle architetture digitali stesse, che vengono chiamate a rispondere degli algoritmi.

A questo pilastro si affianca lo European Media Freedom Act (EMFA), il regolamento europeo sulla libertà dei media, tassello fondamentale del rafforzamento del sistema democratico. L’obiettivo a lungo termine dell’Ue è quindi chiaro: costruire capacità democratiche permanenti. La resilienza di una società democratica non risiede unicamente nei sistemi di sicurezza tecnologica, ma anche nella qualità del sistema informativo che richiede una responsabilità condivisa.

In ultima analisi, dunque, la risposta alla sfida della guerra cognitiva deve essere anche culturale e educativa. Diventa centrale la capacità delle società di rimanere aperte e pluraliste grazie alla consapevolezza critica dei cittadini.

(1 – segue)

—.

Picierno “disinformazione rischio sistemico globale”, di Martina Pasquarelli

Durante il convegno di mercoledì 27 maggio sulle responsabilità dell’informazione nell’era dell’intelligenza artificiale, presso l’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo, a Piazza Venezia, a Roma, la vice-presidente dell’Assemblea di Strasburgo Pina Picierno ha illustrato i rischi oggi legati alla disinformazione.

“La disinformazione e la manipolazione informativa sono tra i principali rischi sistemici globali nel breve periodo, associati sia alla polarizzazione sociale sia alla vulnerabilità economica delle democrazie avanzate”: un concetto che evidenzia come la disinformazione non costituisca soltanto una minaccia per il pluralismo democratico, ma anche per la competitività economica dell’Europa e per la stabilità delle sue filiere industriali.

La vice-presidente ha ricordato come la disinformazione sia ormai diventata una vera e propria infrastruttura operativa dei conflitti geopolitici contemporanei. Continuare a considerarla esclusivamente una questione mediatica significa sottovalutare profondamente la trasformazione in atto. Le guerre ibride, infatti, non si combattono soltanto attraverso attacchi informatici, sabotaggi o pressioni energetiche, ma anche intervenendo sulla percezione collettiva della realtà: manipolando il consenso democratico, sfruttando la fiducia sociale e indebolendo la capacità decisionale delle economie avanzate.

Secondo l’onorevole Picierno, la dimensione cognitiva è ormai parte integrante della sicurezza europea e coinvolge non solo la politica, ma anche i sistemi produttivi, industriali e finanziari. Per questo, c’è la necessità di sviluppare una vera e propria dottrina europea della sicurezza cognitiva.

Tra le proposte avanzate vi è la creazione di un’agenzia europea per la difesa democratica, capace di integrare intelligence civile e monitoraggio degli algoritmi. Questi ultimi, infatti, influenzano profondamente i cittadini e non possono più rimanere opachi. Servono maggiore trasparenza nelle dinamiche di amplificazione artificiale dei contenuti politici e investimenti concreti nella costruzione di reti di verifica delle informazioni.

Comprendere come funziona la manipolazione digitale e imparare a riconoscere i contenuti generati artificialmente rappresenta oggi una necessità fondamentale. Il rischio, ha concluso Picierno, è quello di una progressiva paralisi democratica. Se l’Europa non comprenderà rapidamente che la sicurezza cognitiva coincide ormai con la sicurezza economica, industriale e democratica, rischierà di affrontare le crisi del futuro con strumenti pensati per il secolo scorso. E proprio il secolo scorso ci insegna che le democrazie raramente crollano all’improvviso: molto più spesso si consumano lentamente, mentre continuano a sottovalutare i segnali della propria vulnerabilità.

—.

La manipolazione dell’informazione minaccia la democrazia, di Arianna Pontefice

Le guerre, oggi, non si combattono soltanto sul campo di battaglia. Le basi delle democrazie contemporanee sono infatti minacciate da forme di manipolazione informativa che mirano a indebolire tali sistemi dall’interno. Il potere delle tecnologie digitali ha raggiunto livelli senza precedenti e tali conseguenze si riflettono sulla vita quotidiana dei cittadini.

Nel corso del convegno del 27 maggio, è stato evidenziato come i conflitti contemporanei si combattano anche online, attraverso strategie comunicative finalizzate a minare le basi dei sistemi liberali e democratici. L’obiettivo di queste pratiche non è tanto la diffusione di notizie false, ma la produzione massiccia di contenuti in grado di confondere, disorientare e saturare lo spazio cognitivo degli utenti.

Secondo quanto emerso durante il dibattito, la guerra ibrida mira a generare una sorta di paralisi democratica. Sono stati richiamati studi e sondaggi che evidenziano il ruolo sempre più significativo degli algoritmi nella formazione dell’opinione pubblica e, indirettamente, negli orientamenti elettorali. Il mondo digitale, infatti, viene spesso percepito come separato dalla realtà, ma i suoi effetti sono tutt’altro che virtuali: influenzano il modo in cui ci informiamo, interpretiamo gli eventi e prendiamo decisioni fondamentali.

È stato sottolineato come i contenuti che ci vengono proposti online siano spesso il risultato di processi di selezione algoritmica capaci di orientare, anche inconsapevolmente, le nostre percezioni e le nostre scelte. In questo senso, la manipolazione informativa può incidere su uno degli strumenti fondamentali della democrazia: il voto. Nel corso dell’evento è stata più volte richiamata l’Enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas, nella quale il pontefice riflette sui possibili effetti antropologici negativi dello sviluppo tecnologico e sulla fragilità che caratterizza le società contemporanee.

È stato ricordato come l’Italia sia tra i Paesi maggiormente esposti a questo fenomeno e come le giovani generazioni dichiarino di informarsi prevalentemente attraverso canali non tradizionali e piattaforme digitali. Questa tendenza solleva interrogativi importanti sull’affidabilità delle fonti e sui processi attraverso cui si forma una coscienza collettiva, capace di orientare valori, idee e comportamenti. In tale contesto, è stata sottolineata l’importanza del lavoro giornalistico, sottovalutato e di cui non si riconosce il valore. Ad oggi la gran parte dei cittadini non è disposta a pagare per un’informazione professionale e approfondita, preferendo affidarsi a contenuti gratuiti non verificati.

Le guerre si superano con alleanze difensive forti: attraverso la cooperazione europea e leggi che contengano i rischi. Tuttavia, il primo passo è riconoscere l’esistenza del problema e i rischi che la manipolazione informativa comporta per la qualità del dibattito pubblico e per la tenuta delle democrazie contemporanee: una consapevolezza di pochi.

—.

Leone XIV, “il problema non è la tecnologia, ma come la usiamo”, di Ludovica Giulia Ricci

“Genera un’immagine evocativa che si ricolleghi a una conferenza di esperti sulla guerra ibrida e cognitiva”. Mi è bastato dare qualche indicazione generale al motore di ricerca IA per ottenere una rappresentazione grafica e, ovviamente, tutta artificiale, che ben si ricollegasse al tema trattato mercoledì 27 maggio, nel convegno presso l’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo, a Roma.

“Poche parole e nessuno sforzo” sembra essere lo slogan ideale per descrivere il modo in cui, ad oggi, possiamo fruire dei contenuti digitali. Ci basta solo essere connessi a una rete Internet e il gioco è fatto.

Se questa modalità di trasmissione dell’informazione ha semplificato la vita di molti, esiste anche l’altra faccia della medaglia. “Non si parla più di una semplice distorsione della comunicazione, bensì di una vera e propria infrastruttura trasformativa”, ha dichiarato la vice.presidente del Parlamento europeo Pina Picierno.

La minaccia informatica è tale proprio perché, tramite manipolazione, demolisce la fiducia degli utenti nei confronti di tutte le notizie che riscontrano online. Molti contenuti, ormai, hanno proprio l’obiettivo di confondere e di creare una sorta di “caos informativo”, così definito da Cristina Monti, capo del settore politico della Rappresentanza in Italia della Commissione europea.

Gli esperti presenti alla conferenza hanno provato a dare dei suggerimenti utili per tentare di fronteggiare il fenomeno. Innanzitutto, malgrado il titolo dell’incontro richiami in modo chiaro un contesto bellico, il deputato del Parlamento europeo Salvatore De Meo ha sottolineato la necessità di creare un termine specifico, che richiami la gravità e l’irreversibilità della situazione che stiamo vivendo.

In molti hanno fatto poi riferimento a un prezioso strumento da cui prendere spunto per destreggiarsi tra le intricate fila del web: l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, pubblicata il 25 maggio, ci suggerisce che il problema non sta nella tecnologia in sé, ma nel modo in cui ne usufruiamo. “Bisognerebbe puntare sulle notizie di qualità e usare i social e l’IA a supporto dell’informazione, non in sostituzione di essa”, ha spiegato la direttrice dell’Agi Rita Lofano.

Tuttavia, più il sistema è debole, più rimarrà esposto agli eventuali rischi di una propaganda ostile. Gina Nieri, direttrice deli affari istituzionali di Mediaset, ha parlato del fatto che è già stato tracciato un perimetro giuridico adeguato rispetto ai rischi della disinformazione, che però non si è ancora concretizzato del tutto in una legge organica. Come affermato anche dal presidente di Confindustria Radio Televisioni Antonio Marano: “Non basta l’educazione digitale, servirebbero delle normative mirate che vadano a tutela dell’editoria sana”.

Alcune leggi contro la vulnerabilità delle informazioni in rete sono già in vigore. Esempi concreti sono il Digital Services Act, che interviene contro la manipolazione algoritmica, garantendo la trasparenza dei criteri di selezione dei contenuti, o l’AI Act europeo, prima legge al mondo che regola l’intelligenza artificiale in base al livello di rischio, vietandone gli usi considerati pericolosi. Esistono poi singole iniziative, ancora non compattate in una singola legge unitaria, definite “anti-slop”. Letteralmente il termine indica una strategia che si oppone ai contenuti spazzatura prodotti in massa dall’IA, così da limitare l’inquinamento dell’ecosistema digitale e proteggere la qualità dell’informazione e la fiducia pubblica.

Pur essendo riusciti ad arginare in qualche modo la situazione, si potrebbero mettere in pratica ulteriori misure utili a sostegno delle infrastrutture digitali. Come spiegato da Vittorio Calaprice, funzionario della Commissione europea, è stata richiesta la costituzione di un ufficio apposito, dedicato ai sistemi IA. Sarebbero poi utili degli investimenti o dei fondi europei che tutelino gli editori. Un grosso ostacolo per la messa in pratica di queste iniziative è dato dalla crisi del sistema economico dell’informazione: televisioni e media tradizionali hanno, infatti, perso gran parte delle entrate pubblicitarie a favore delle grandi piattaforme digitali e dell’IA, il cui utilizzo non è soltanto rapido, ma anche gratuito.

“L’investimento di fondi sarebbe ottimale, poiché garantirebbe un giornalismo economicamente più sostenibile e pluralista, che possa contrastare meglio la disinformazione”, ha affermato Gina Nieri, a conclusione del suo intervento.

—.

L’esperto, “l’IA è la nuova bomba atomica”, di Micol Vinci

In “Io, Robot” Isac Asimov immaginava macchine governate da leggi infallibili, progettate per proteggere l’uomo da sé stesso. Il nostro intervistato Jacopo Rossi, esperto di cyber security del Cor (Comando per le Operazioni in Rete), ci racconta una realtà che ha preso una piega diversa. Per Rossi, la cyber security è il fronte invisibile su cui si misura il potere tra Stati e la tenuta delle economie. Se durante la Guerra Fredda la competizione si valutava in termini di testate nucleari, oggi si gioca sul terreno dei dati e della capacità computazionale. Infatti sviluppare, controllare e proteggere questi sistemi sta rapidamente diventando uno dei principali fattori di influenza geopolitica del nostro secolo.

Quale attacco basato sull’IA preoccupa davvero gli esperti ma è quasi assente nel dibattito pubblico?
È il patch exploitation con effetto domino: analizza le patch di sicurezza – aggiornamenti di sicurezza di sistema – e le decodifica per capire come aggirarle e trasformarle in delle vulnerabilità sfruttabili. È gravissimo perché così non si deve attendere settimane o mesi per trovare una falla ma si sfruttano immediatamente questi bug, compromettendo un sistema, non dico all’istante, ma quasi.

A livello pratico quali settori sono più a rischio?
Sicuramente quello bancario, perché è un sistema interconnesso, fatto a nodi, quindi la compromissione di un nodo fa cascare tutto con un effetto domino. Riguarda anche la sanità o le infrastrutture critiche come Windows, Google o Meta. Sicuramente questa è una nuova arma, probabilmente di distruzione di massa.

L’IA sta cambiando gli equilibri tra Stati e cyberspazio?
Si. Più che altro sta cambiando il cyberspazio. Prima era una cosa nostra, umana. Ora non lo è più. Per questo gli Stati si stanno muovendo per avere l’IA migliore. Il problema è che la concorrenza è spietata e al momento la vera Guerra Fredda dell’IA è tra Stati Uniti e Cina: gli Stati Uniti hanno ChatGPT, Gemini e Claude, la Cina ha Deepseek.

Si può dire che le grandi potenze stanno facendo una nuova corsa agli armamenti?
Assolutamente sì. Per come la vedo io, stiamo sottovalutando il problema. Noi europei siamo agli albori. Non abbiamo un modello nostro, l’unica che si sta muovendo è la Francia, ma non è paragonabile a Stati Uniti e Cina. Entrambi non combattono per averla, ma combattono a livello di sviluppo e hardware. L’IA è solo la punta dell’iceberg, il vero motore sono i data center, dove Nvidia e Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) la fanno da padroni. Al momento gli Stati Uniti hanno un vantaggio critico.

Chi ha oggi il vantaggio competitivo: chi possiede più dati, più chip o migliori algoritmi?
Non basta una sola cosa, ma servono tutti e tre. Sul lato della programmazione degli algoritmi la Cina è avanti. Nvidia e Taiwan sono strettamente connessi agli Stati Uniti. È un sistema molto strutturato perché senza data center non c’è IA, e senza IA ci sarebbero i data center ma in minore quantità e grandezza fisica.

Secondo lei, potrebbe verificarsi un momento Sputnik dell’IA?
Secondo me è già avvenuto, forse siamo alla fine di questo momento. Adesso c’è una vera e propria Guerra Fredda sull’hardware. Basta osservare quello che è successo quest’anno a livello geopolitico e conflittuale: in Ucraina c’è la questione delle terre rare, fondamentali per il settore IT; la crescente tensione tra Cina e Taiwan e, di conseguenza, tra Cina e Stati Uniti; c’è la situazione in Iran, perché bloccando il passaggio si rallenta l’arrivo di greggio alla Cina e di conseguenza rallenta tutta la produzione industriale. Per me, l’IA è la nuova bomba atomica. Bisogna vedere solo se sarà usata come a Hiroshima.

Come risolverebbe questo problema?
Io ho paura che sia già troppo tardi. Ma non tanto per le scelte dei vari governi o Stati ma per il fatto che l’IA secondo le stime è a un livello più avanzato di quello che dovrebbe essere. Non posso trovare una soluzione ma una cosa posso dirla: per capire in che direzione stiamo andando, per prima cosa dovremmo fare attenzione di più alla storia e consiglio la lettura del libro “Io, Robot” di Isac Asimov e delle tre leggi della robotica, soprattutto la prima: “Un robot non può recare danno ad un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno”.

(2 – segue)

—.

Algoritmi e fake news: la sfida della guerra ibridal di Claudia Alfarone, Roberta Di Giuseppe, Giulia Maturi, Giulia Renda

Le guerre contemporanee non si combattono più soltanto sui campi di battaglia. Oggi il bersaglio è la mente dei cittadini: percezioni, opinioni e fiducia collettiva. Accanto ai tradizionali fronti militari, le reti sociali si riempiono di fake news, contenuti manipolati e campagne di disinformazione. È da questa consapevolezza che ha preso avvio il convegno ‘Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione’.

“La manipolazione informativa non si limita più alla diffusione di notizie false, ma costituisce un ecosistema capace di saturare lo spazio informativo e generare caos cognitivo”, ha affermato Cristina Monti, capo dell’ufficio politico della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Un fenomeno amplificato dall’intelligenza artificiale (IA) e dai deep fake, che rischia di minare la fiducia nelle istituzioni e nella realtà stessa.

Davanti a questa minaccia, la risposta europea deve essere netta. “Le democrazie si consumano lentamente, erodendosi piano piano”, avverte Pina Picierno, vice-presidente del Parlamento europeo. Riconoscendo la necessità di una dottrina per la sicurezza, l’eurodeputata propone misure inedite: l’istituzione di un’agenzia per la resilienza cognitiva, l’obbligo di trasparenza per gli algoritmi dei social e la creazione di veri e propri ‘stress test’ per le infrastrutture strategiche. “Senza un’informazione professionale non esiste resilienza democratica”, conclude, indicando nel giornalismo di qualità la prima linea di difesa.

Un terreno che chiama in causa direttamente i colossi della rete. Il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme digitali vede infatti posizioni contrapposte. Diego Ciulli, responsabile affari istituzionali di Google per il Mediterraneo, difende l’operato del motore di ricerca e sottolinea il rispetto dei codici Ue. Cita il blocco dei canali di disinformazione russi e l’introduzione di watermark invisibili su YouTube per tracciare i video generati dall’IA, invocando una maggiore educazione digitale.

Di contro, l’eurodeputato Gaetano Pedullà critica i ‘doppi standard’ del mercato e contesta l’ipocrisia dei sistemi di IA. Pedullà si oppone fermamente a una ‘cabina di regia’ centralizzata dell’informazione per evitare il rischio di censure ed etichette calate dall’alto, rivendicando la tutela del pluralismo e la necessità di un fact-checking indipendente.

Se le guerre ibride agiscono sulla percezione e sulla capacità di orientarsi nel flusso informativo, la risposta non può limitarsi alla tecnologia o alle sole regolamentazioni. La vera trincea del futuro, come sottolineato dall’eurodeputato Salvatore De Meo, è l’alfabetizzazione digitale e cognitiva, da rafforzare in tutte le fasce d’età. Sviluppare un pensiero critico e una sana capacità di discernimento diventa essenziale per costruire una società più resiliente.

La sfida per le democrazie resta quella di trovare un equilibrio tra sicurezza digitale, libertà di espressione e tutela del pluralismo, evitando che la paura finisca per limitare ciò che si vuole proteggere.

–.

Natale, non essere meno esigenti sull’informazione che sulla marmellata, di Sofia Ciarlariello
“Se andiamo in un supermercato e scopriamo che dal barattolo della marmellata è scomparsa l’indicazione degli ingredienti, ci arrabbieremmo o no come consumatori? Rivendicheremmo il nostro diritto di sapere? Perché allora agli algoritmi non dobbiamo chiedere e non dobbiamo esigere uguale trasparenza”. A dirlo è Roberto Natale, consigliere d’amministrazione Rai, durante il convegno ‘Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione’.

La conferenza si è svolta mercoledì 27 maggio presso la sede del Parlamento Europeo a Roma, e ha raccolto figure delle istituzioni europee e nazionali, giornalisti, professori ed esperti delle nuove tecnologie per discutere sul ruolo dell’informazione nell’era della disinformazione, e sui conflitti che oggi trovano terreno di scontro nello spazio cognitivo e mediatico. Al centro del dibattito anche le guerre ibride, che sfruttano gli strumenti tecnologici al fine della manipolazione digitale, per influenzare la pubblica opinione e minare la stabilità internazionale.

“Il servizio pubblico è parte fondamentale dell’informazione affidabile” aggiunge Natale, e riprende le parole della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, che prima di lui ha parlato di come la disinformazione e la manipolazione informativa minaccino anche le democrazie più avanzate.

Di fronte a questi rischi il consigliere Rai ricorda l’European Democracy Shield, l’iniziativa della Commissione europea per salvaguardare le democrazie e il loro spazio informativo. La strategia dell’Ue si impegna nella tutela dell’informazione dei servizi pubblici, che per l’esponente Rai deve essere certa, prevedibile e programmabile.

Da qui, secondo Natale, la responsabilità della Rai di contribuire all’alfabetizzazione digitale attraverso programmi che raccontino il funzionamento delle manipolazioni online. “Qualche ora di Garlasco in meno e qualche ora di educazione digitale in più” dice il consigliere d’amministrazione e cita due programmi, ‘Codice- La vita è digitale’ di Barbara Carfagna su Rai 1 e ‘Eta Beta’ di Massimo Cerofolini su Rai Radio 1, degli spazi che crede andrebbero allargati.

Tra questi c’è anche la serie Rai ‘Uniti contro la disinformazione’, pillole di un minuto che spiegano come riconoscere le fake news e i contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Natale propone infatti di introdurre la visione di questo programma nelle scuole e aggiunge: “Come giornalisti del servizio pubblico ci dichiariamo disponibili a offrire gratuitamente sostegno agli insegnanti, perché queste pillole possano rappresentare uno strumento di educazione”.

 —.

“Paralisi democratica” e disinformazione: la sfida della guerra ibrida, di Emma Zanni

“La guerra ibrida non mira soltanto a occupare territori, ma emozioni, percezioni e processi decisionali: mira a produrre la paralisi democratica»: è questo il duro avvertimento lanciato da Pina Picierno, vice-presidente del Parlamento europeo, ai rappresentanti delle istituzioni europee e delle piattaforme digitali.

L’appello viene durante il convegno ‘Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione’ tenutosi lo scorso 27 maggio a Roma presso l’ufficio del Parlamento europeo in Italia. L’evento ha riunito rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali, giornalisti, professori, esperti di innovazione, sicurezza e comunicazione per riflettere sulle nuove forme di conflitto informativo.

Nel mondo contemporaneo le modalità di svolgimento delle guerre sono cambiate: non si combattono soltanto sul piano militare o attraverso il controllo dei punti nevralgici delle città, ma anche nello spazio informativo.

La disinformazione è diventata uno strumento strategico nei conflitti geopolitici contemporanei e non può più essere ricondotta ad una semplice questione mediatica. Nelle guerre ibride l’obiettivo finale è destabilizzare la fiducia sociale e alterare la percezione collettiva della realtà. Ciò viene facilitato dagli algoritmi, i quali sono in grado di favorire fake news, creare una polarizzazione delle informazioni e mettere i cittadini gli uni contro gli altri. Il rischio è di non saper più distinguere il vero dal falso.

“Le grandi piattaforme hanno avuto enormi responsabilità: per anni sostenevano di essere meri intermediari tecnologici, al contrario costruivano sistemi algoritmici creati per polarizzare e creare dipendenza emotiva» dichiara la vice-presidente del Parlamento europeo.

È in questa fase che la questione da teoria diventa pratica, intaccando direttamente diversi aspetti. In primo luogo, l’economia avanzata che si basa sulla fiducia nei mercati, nella sicurezza e nelle istituzioni democratiche. In mancanza di certezze, le infrastrutture diventano fragili e crolla la competitività economica.

Un’altra vittima delle guerre ibride è il piano elettorale. Durante il convegno, Cristina Monti, capo del settore politico della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, ha parlato del rischio di un vero e proprio caos cognitivo, capace di intaccare la fiducia nell’ambiente informativo fino a influenzare il comportamento elettorale dei cittadini.

Una preoccupazione ripresa anche da Diego Ciuli, rappresentante di Google Italia, che ha definito le elezioni italiane del prossimo anno uno stress test rispetto alla capacità di contrastare campagne coordinate di disinformazione. Di fronte a questo scenario non è più sufficiente insegnare le competenze digitali di base. Un’educazione cognitiva aggiornata permette di saper comprendere i meccanismi della manipolazione in rete e saper distinguere il vero dal falso creato tramite l’intelligenza artificiale.

L’Unione europea dispone già di alcuni strumenti normativi, come il Digital Services Act o l’European Media Freedom Act, introdotti per aumentare la trasparenza delle piattaforme digitali. Tuttavia, secondo Pina Picierno, non è sufficiente: “È indispensabile la creazione di un’agenzia europea per la resilienza cognitiva e per la difesa democratica, capace di integrare intelligence civile, monitoraggio degli algoritmi e di protezione delle infrastrutture informative strategiche”. La resilienza democratica appare sempre più legata alla sicurezza tecnologica e alla qualità dell’ecosistema informativo.

—.

La buona informazione come baluardo della democrazia, di Lorenzo Corleto

Di cosa ha bisogno la democrazia per sopravvivere? Di un nome e di un volto che diano le giuste informazioni. Lo capirà, suo malgrado, il lettore di un futuro nemmeno troppo remoto quando, morti i giornali, si sveglierà e si chiederà: «di chi mi fido, oggi?». È una delle riflessioni di Andrea Malaguti, direttore de La Stampa, durante il convegno di mercoledì 27 maggio organizzato dall’Osservatorio TuttiMedia sul tema della responsabilità dell’informazione al tempo della guerra ibrida e cognitiva.

Il legame tra giornalismo e democrazia è forte, imprescindibile. Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, due politologi statunitensi dell’Università di Harvard, in un saggio del 2019 hanno individuato i quattro parametri della perfetta autocrazia: tra questi vi sono anche il cattivo uso dei media e l’impulso alla disinformazione come limitazione delle libertà civili. Ingannare i cittadini significa dunque privarli dell’ossigeno vitale di cui è fatta la democrazia. Questa asfissia di informazione è un male molto diffuso al giorno d’oggi: secondo uno studio dell’Università di Göteborg del 2025, riportato da Malaguti, il 74% della popolazione mondiale vive sotto autocrazia e solo il 7% è in un regime pienamente democratico.

Nell’era di Internet, dei social e ancor più dell’Intelligenza Artificiale, la preoccupazione del lettore del futuro di cui parlava Malaguti è già avvertibile: il rapporto privilegiato tra giornalista e utente è oggi frantumato in una pluralità di fonti diverse, di commenti senza identità, di documenti manipolati.

Come hanno osservato Andrea Riffeser Monti, presidente della Federazione Italiana Editori Giornali, e Antonio Marano, presidente di Confindustria Radio Televisioni, la responsabilità morale e legale del giornalista viene meno nella Rete senza nome e senza volto. Il rischio è la diffusione incontrollata di fake news senza la possibilità di riconoscerne la paternità: secondo le parole di Carlo Chianura, direttore del Master in Giornalismo della LUMSA, il giornalista deve restare la prima fanteria contro la disinformazione.

In suo aiuto accorre proprio la tecnologia: Diego Ciulli, responsabile di Google nel Mediterraneo, ha dichiarato che da qualche giorno YouTube ha integrato un programma capace di riconoscere contenuti realizzati con l’AI, applicando un ban di avvertimento per l’utente.

Ma potrebbe non bastare: serve una educazione digitale che parta dal basso. Roberto Natale, consigliere di amministrazione RAI, nel suo intervento ha proposto la proiezione di pillole informative di un minuto sul tema del digitale prima della trasmissione dei programmi in prima serata. Enrico Borghi, senatore di Italia Viva, ha presentato il caso della scuola finlandese, dove già dalle elementari i ragazzi sono educati al riconoscimento critico delle fake news. L’Italia resta invece il Paese europeo con maggiore tasso di disinformazione, causa e al tempo stesso conseguenza di maggiore ‘fragilità democratica’, come ha sottolineato il sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini.

L’intervento di chiusura del sociologo canadese Derrick De Kerckhove suona come un monito per le future generazioni. L’avvento dell’Intelligenza Artificiale è la quarta industrializzazione del linguaggio umano dopo la scrittura, la stampa e la digitalizzazione, ma a differenza delle altre è più pericolosa: per la prima volta nella storia l’uomo affida a un sistema esterno ciò che gli ha reso possibile vivere in un regime democratico: la mente. In Brainframes, saggio del 1993, De Kerckhove aveva avanzato la teoria per cui l’ambiente mediale esterno modifica la configurazione del nostro cervello: dobbiamo impedire alla disinformazione di sopraffarci e cambiarci, prima che sia troppo tardi.

—. 

Il direttore de La Stampa: “Piattaforme cancellano le differenze tra notizie”, di Lorenzo De Socio

Secondo Andrea Malaguti «il giornalismo qualificato non è più distinguibile a causa delle piattaforme, dove ogni contenuto è presentato allo stesso modo. Tra cinque anni l’informazione sarà solo sul web e non sapremo più di chi fidarci per capire il mondo». 
Il direttore de La Stampa è intervenuto nel corso dell’incontro Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione, avvenuto nella sede del Parlamento Europeo di Roma mercoledì 27 maggio.

Il convegno, promosso dall’Osservatorio TuttiMedia, ha coinvolto figure politiche, imprenditoriali, giornalistiche e rappresentanti delle BigTech. In ballo le possibili risposte da mettere in campo da parte dell’Ue contro la disinformazione e il mutamento percettivo di paesi autoritari, come Russia e Cina, nelle loro azioni di guerra mediatica e cibernetica.

Secondo il giornalista bolognese, l’informazione sarebbe «oggetto di pirateria» da parte dei social che rendono gratuito e accessibile a tutti un prodotto che le redazioni giornalistiche devono pagare per la sua realizzazione. Il confronto tra informazione tradizionale e social media è stato quindi «uno scontro perso male» dalla prima.

«Questo significa che l’informazione è distrutta perché si pensa che sia tutta uguale. E’ una distruzione di senso che tra alcuni anni, quando non ci saranno più i giornali, porterà a chiedersi “Adesso, di chi mi fido?”. Alla fine di questa ubriacatura, si ripartirà cercando di capire chi è che sta dietro all’informazione e se sia davvero affidabile».

La crisi della carta stampata, però, non coincide con la crisi dell’editoria periodica:«anche se nelle edicole vendiamo a stento 60 mila copie al giorno, grazie ai social raggiungiamo 5 volte tanto il numero di persone rispetto a vent’anni fa. Ciò significa che la gente ha ancora fame di informazione. In tutti i momenti più importanti degli ultimi cinque anni, dal Covid fino alle ultime guerre, i lettori si sono affidati alla nostra testata. Abbiamo registrato accessi moltiplicati per dieci nei periodi più intensi».

Le persone cercano una comunicazione qualificata quando sono in difficoltà e si affidano a nomi e volti che dimostrano professionalità e confronto. Invece «l’anonimato garantito dai profili social non consente di conoscere chi sta parlando, perché e se sia affidabile. Per disporre di un’informazione qualificata e riconoscibile bisogna pagare e fidarsi dei giornalisti».

«Solo in questo modo», prosegue, «puoi decidere se ti piace quello che sto scrivendo oppure se denunciare come una notizia falsa. Quello che non puoi fare è domandarti se chi ti sta parlando ti sta manipolando, perché è riconoscibile».Contrastare le notizie false e esprimere dissenso sono azioni fondamentali per la tenuta della democrazia.

Malaguti conclude riportando i dati del Democracy Report 2026 del V-Dem Institute dell’Università di Goteborg:«Più del 90% della popolazione mondiale non vive sotto una democrazia liberale piena. Il 74% vive sotto forme autocratiche». Per la prima volta dopo 50 anni anche gli Stati Uniti non sono più considerati una democrazia perfetta, ma hanno perso terreno a partire dalla seconda presidenza Trump. Il direttore del giornale torinese individua nel nuovo rapporto instaurato tra big tech e politica americana un segnale di pericolo per la democrazia. «La tecnologia si è messa al servizio del potere. Ed è un problema se si pensa che la tecnologia controlla l’informazione».

(3 – fine)

gp
gphttps:
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche.Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

ULTIMI ARTICOLI

usa 2020

coronavirus - elezioni - democrazia - ostaggio

Coronavirus: elezioni rinviate, democrazia in ostaggio

0
Elezioni rinviate, elezioni in forse, presidenti, premier, parlamenti prorogati: la pandemia tiene in ostaggio le nostre democrazie e, in qualche caso, le espone alla...