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Medio Oriente: che cos’è per noi oggi, campo di battaglia o di petrolio

Scritto lo 04/10/2026 per Accademia Mediterranea https://accademiamediterranea.org/il-medio-oriente-per-noi-oggi/

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Che cos’è per noi il Medio Oriente, oggi, per noi? Un campo di battaglia o, peggio, una serie di campi di battaglia, lo Stretto di Hormuz tra Usa e Iran, quello di Bab el-Mandeb tra Huthi e Arabia saudita; e ancora il Sud del Libano, la Striscia di Gaza, la CisGiordania. Oppure, è un campo di petrolio devastato dai conflitti, sui cui rifornimenti non si può più contare. O è un ring elettorale, su cui leader lontani, ma invasivi, come il presidente Usa Donald Trump, o leader dentro tutte le tensioni regionali, come il premier israeliano Benjamin Netanyahu, giocano la loro sorte rispettivamente nel voto di midterm del 3 novembre e nelle politiche del 27 ottobre.

Di sicuro, il Medio Oriente, oggi, non è un terreno di gioco europeo, anche se molti fattori suggeriscono che ciò potrebbe e forse dovrebbe essere: la vicinanza geografica, l’intensità dei rapporti, la dipendenza dalle forniture energetiche, l’attenzione delle opinioni pubbliche, l’importanza degli aiuti umanitari destinati a quelle aree. Nonostante tutto ciò, l’Europa lì è comprimaria: siamo buoni a finanziare le ricostruzioni di quanto altri hanno distrutto, senza esito alcuno.

Guardate la Striscia di Gaza: a tre anni dai raid terroristici di Hamas in territorio israeliano, il 7 ottobre 2023 – 1200 circa le vittime -, è una distesa di macerie provocate dall’offensiva dell’esercito israeliano con armi americane, un cimitero per oltre 70 mila vittime (numero che continua ad aumentare, nonostante un anno di tregua: venerdì 2 ottobre, ci sono stati altri cinque morti a Gaza City, due erano donne cristiane). Ma nulla è davvero cambiato: Hamas è ancora lì, come l’esercito israeliano; che, nel frattempo, s’è però installato nel Sud del Libano, in violazione degli impegni di ritiro; mentre i coloni angariano i palestinesi della CisGiordania.

Medio Oriente: un Mondo che va a sbattere contro la guerra e un uomo di pace
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Il neo-eletto Papa Leone XIV pronuncia il suo discorso a Piazza San Pietro (Fonte: TWP)

C’è un Mondo che va a sbattere contro la guerra: quello che il presidente Trump tratteggia dalla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, un Far West dove il più forte prende tutto; e quello che il presidente russo Vladimir Putin pratica nelle notti di fuoco sull’Ucraina, dove la violenza è legge. E c’è un Mondo che aspira alla pace: quello che Papa Leone evoca a ogni suo discorso.

Il primo s’esprime col fragore delle bombe. Il secondo s’affida all’eco delle parole. Il primo semina odio, che germoglia subito. Il secondo semina amore, che fatica ad attecchire mentre il loglio dell’odio lo soffoca. Il Medio Oriente, oggi, e da tempo, appartiene al primo: leader più intenti ad estirpare i germogli di pace che a coltivarli; anche quando questo pare andare contro l’interesse loro, del loro Paese, dei loro popoli.

Medio Oriente: le contraddizioni di Trump
260818 - Iran - Trump
US President Donald Trump prepares to sign an executive order reviewing childhood vaccine recommendations in the Oval Office of the White House in Washington, DC, USA, 10 August 2026. The order maintains recommendations for vaccines against 11 diseases, including measles and polio, while calling for others, including hepatitis A, hepatitis B and meningococcal disease, to be limited to high-risk populations. EPA/BONNIE CASH / POOL

Un esempio: sul fronte dell’Iran, il presidente Trump boccia une tregua di una settimana proposta dall’Iran, che comportava la riapertura dello Stretto di Hormuz e la sospensione del blocco ai porti iraniani. Il cessate-il-fuoco avrebbe concesso respiro ai frenetici mercati dell’energia planetari e avrebbe, quindi, alleggerito la pressione sui consumatori americani. che decidono come votare al midterm in base al prezzo dei carburanti alla pompa.

Ma Trump mantiene una postura inflessibile e prepara una ripresa delle ostilità dopo il voto, inviando nel Mare arabico una terza portaerei e mobilitando migliaia di truppe addizionali: un’altra mossa elettoralmente incomprensibile, perché il conflitto è impopolare e minacciarne la ripresa non è un buon viatico per evitare una batosta alle urne.

Non che l’interlocutore iraniano brilli a sua volta per coerenza. Il regime di Teheran mostra disponibilità alla trattativa da parte di chi, come il presidente Masoud Pezeshkian, avverte forte il condizionamento dello strangolamento economico che gli Usa esercitano sul Paese- Ma, d’altro canto, c’è l’oltranzismo bellico di chi, come i Guardiani della Rivoluzione, vuole battere il Grande Satana.

Nonostante le incoerenze dei protagonisti, e nonostante sia evidente che i guari energetici ed economici attuali derivano dall’ingiustificabile aggressione israelo-americana all’Iran, l’Europa continua a piegarsi ai diktat di Trump: l’ultima testimonianza, la decisione del G7 di rilasciare dalle riserve cento milioni di barili di diesel e benzina nei prossimi quattro mesi nel tentativo di calmierare i prezzi, una decisione presa sotto ricatto americano – se no, stop all’export dagli Usa -.

Medio Oriente: le grande di Netanyahu
260307 - Onu - Iran - Netanyahu
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu mostra una mappa delle minacce iraniane (Fonte: Euronews)

In Israele, invece, la campagna per le politiche del 27 ottobre viaggia lontana dalla guerra all’Iran, ma è segnata da un intreccio di illazioni e smentite sui prodromi dei raid di Hamas del 7 ottobre 2023: fonti degli Emirati ed egiziane chiamano in causa il premier Netanyahu per non avere prevenuto quelle stragi.

C’erano state illazioni secondo cui il leader degli Emirati Mohamed bin Zayed Al Nahyan aveva chiamato Netanyahu a settembre, per avvertirlo di segnali di un attacco di Hamas imminente in territorio israeliano. Nessuno degli avvertimenti conteneva dettagli specifici su tempi o portata delle azioni pianificate.

Il Wall Street Journal ha poi scritto che il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel telefonò al premier israeliano poco prima del 7 ottobre, per metterlo in guardia esplicitamente, dopo che due precedenti avvisi egiziani erano stati ignorati. Per il WSJ, l’Egitto continuò a lanciare avvertimenti fino a quasi 48 ore prima dell’attacco.

E gli egiziani avevano già avvertito Israele nel giugno del 2023 della situazione in fermento a Gaza, consigliando allo Stato ebraico di riprendere i negoziati con il gruppo palestinese per un accordo su uno scambio di ostaggi e prigionieri.

Quella del WSJ è l’ultima di una serie di ricostruzioni israeliane e internazionali su segnali d’intelligence sfuggiti al premier e alle autorità di sicurezza israeliane prima del t ottobre. Netanyahu ha sempre negato di avere parlato con il leader emiratino o con Kamel prima dell’attacco.

Andando alle urne il 27 ottobre, gli israeliani diranno se gli credono e se vogliono ancora affidare la loro sicurezza a prove di forza muscolari: le loro scelte, insieme a quelle che faranno gli americani il 3 novembre, saranno decisive per gli sviluppi bellici e/o negoziali in Medio Oriente nei prossimi mesi. Con l’Europa alla finestra: imbelle, incerta e divisa.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche.Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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