Le guerre sono sparite. No, non sono finite. Sono sparite dalle prime pagine: qui da noi e negli Usa, ne troviamo soprattutto gli echi sui nostri affari, il caro energia, l’inflazione, le polemiche politiche. Tra Usa e Iran, c’è un vuoto di combattimenti carico di tensioni e di minacce d’escalation: secondo Axios, che spesso è un naso avanti agli altri, i negoziati indiretti tra Washington e Teheran ci sono, ma “danno pochi frutti”; e, di conseguenza, “crescono i rischi di una ripresa dei combattimenti”.
Tra Huthi e Arabia saudita, tra Yemen e Mar Rosso, è calato improvviso silenzio, dopo giorni i cui il clangore del conflitto veniva soprattutto da lì. Anche sui fronti israeliani, sud del Libano e Striscia di Gaza, c’è la sordina: si parla più delle violenze e dei soprusi dei coloni in CisGiordania, che sono parte della campagna elettorale verso le politiche del 27 ottobre.
E tra Ucraina e Russia, le mattine si succedono letali e uguali: attacchi incrociati con missili e droni, vittime civili dall’una e dall’altra parte – più numerose in Ucraina, più sporadiche in Russia -. Quanto alle pantomime diplomatiche nel triangolo Usa-Russia-Nato. restano parole senza seguito – per ora -: Kiev sotto le bombe trova spazio in prima pagina solo se non c’è altro di forte da metterci.
Gli americani hanno altri crucci: il prezzo dei carburanti alla pompa; le polemiche sui data center dell’intelligenza artificiale e gli allarmi sui rischi da IA; le sbrigative deportazioni di migranti senza documenti verso Paesi terzi. A cinque settimane dal voto di midterm del 3 novembre, un sondaggio indica che gli elettori chiedono politiche populiste al di là delle tradizionali divisioni tra democratici e repubblicani: c’è un forte sostegno bipartisan a porre un tetto ai prezzi dei medicinali e rafforzare la sicurezza dei confini.
C’ un Mondo che va a sbattere contro la guerra: quello che il presidente Usa Donald Trump tratteggia dalla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, un Far West dove il più forte prende tutto; e quello che il presidente russo Vladimir Putin disegna nelle notti di fuoco sull’Ucraina, dove la violenza è legge. E c’è un Mondo che aspira alla pace: quello che Papa Leone evoca a ogni tappa della sua missione in Francia e a ogni discorso.
Il primo si esprime con il fragore delle bombe. Il secondo con il vigore delle parole. Il primo semina odio, che germoglia subito. Il secondo semina amore, che fatica ad attecchire dove il loglio dell’odio lo soffoca. Dall’Iran all’Ucraina, Trump e Putin paiono più intenti ad estirpare i germogli di pace che a coltivarli; anche quando questo sembra andare contro l’interesse loro e del loro Paese.
Guerre, punto: Iran, scelte di Trump contraddittorie, negoziati asfittici, minacce labili

L’opposizione alla guerra all’Iran resta pure bipartisan: l’aumento del numero dei militari Usa feriti – gli ultimi, otto marines coinvolti in un attacco iraniano a una nave non militare; in tutto fanno 861 con 18 caduti – non commuove l’opinione pubblica.
Con una scelta editoriale apparentemente strabica, il Wall Street Journal racconta gli strascichi dell’invasione dell’Iraq nel 2003 e, poi, della prolungata presenza, per oltre vent’anni, in quel Paese di militari americani: quel che ne risulta oggi è “una nazione in pericolo”, dove un appello a deporre le armi rivolto ai miliziani di tutte le fazioni è appena caduto nel vuoto. E’ un monito a quanto potrebbe accadere in Iran, come strascico della guerra.
Sempre il WSJ riferisce che l’export di petrolio dal Medio Oriente, e in particolare dal Golfo, sta riprendendo vigore: da un lato, la presa dell’Iran sullo Stretto di Hormuz s’è allentata; e, dall’altro, la US Navy e i Paesi esportatori hanno capito come evitare gli attacchi iraniani. Risultato, il numero delle navi in transito è aumentato, senza però avere ancora un impatto sul costo dei carburanti.

In questo contesto, non è chiaro perché Trump abbia detto “no” alla tregua di una settimana proposta dall’Iran, che prevedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz e la levata del blocco navale ai porti iraniani. Il cessate-il-fuoco ridava fiato ai frenetici mercati dell’energia planetari e alleggeriva la pressione sui consumatori statunitensi, che decidono come votare in base al prezzo alla pompa di benzina e diesel.
Ma Trump mantiene una postura inflessibile, almeno a parole: smentisce concessioni all’Iran, sposta di continuo la palla delle trattative da Hormuz al nucleare, prospetta una ripresa del conflitto dopo midterm. La diffidenza dell’Amministrazione Trump verso l’Iran potrebbe essere stata acuita dalla vicenda del presunto attentato sventato a una base britannica utilizzata dall’aeronautica Usa.
Ma il fatto che i cinque uomini arrestati sabato perché sospettati di preparare un attacco terroristico siano già stati messi in libertà su cauzione lunedì alimenta dubbi sull’entità della minaccia e sull’ipotetica matrice iraniana (che Teheran nega).
Guerre, punto: Ucraina, Mosca sfida l’Europa

L’attacco russo che in pieno giorno colpisce la sede dell’Accademia nazionale delle Scienze a Kiev e fa morti e feriti è l’episodio recente più sfrontato e clamoroso di una guerra che si trascina, quasi invisibile sulla linea del fronte, palese quando sono colpite città e infrastrutture (dall’una e dall’altra parte).
Il fatto relativamente nuovo è il rialzo di tensione fra la Russia e l’Europa. Mosca testa la prontezza e la determinazione della Nato al largo della Norvegia, con operazioni ibride sulle isole Svalbard, ma protesta per le esercitazioni dell’Alleanza atlantica intorno all’exclave di Kaliningrad, un’unghia di territorio russo tra Polonia e Lituania con accesso al Baltico.
Con una lettera alla Nato, il Cremlino denuncia la scelta dell’Alleanza definita “avventurista e irresponsabile”, che aumenta “notevolmente i rischi di uno scontro armato diretto”. Mosca afferma d’essere pronta a ricorrere “all’intero arsenale di armi” a sua disposizione per difendere l’exclave, evocando quindi la minaccia dell’atomica – inutilizzabile, in quel contesto -.
La Nato ha a sua volta denunciato le ripetute violazioni, da parte russa, dello spazio aereo alleato, non solo con droni fuori controllo, e le minacce di Mosca. L’Ue, dal canto suo, conferma l’appoggio all’Ucraina, nonostante l’emergere al suo interno di pulsioni filo-russe. E il ministro degli Esteri russo Seguiei Lavrov accusa senza perifrasi l’Europa: “Fa una guerra contro di noi, senza dubbio”.
C’è più dialogo – non è una sorpresa – tra Washington e Mosca che tra Bruxelles e Mosca e, ancor meno, tra Kiev e Mosca. Usa e Russia discutono “iniziative comuni nel settore energetico”, che potranno essere attuale dopo la fine della guerra, e ipotizzano anche nuovi accordi commerciali prima della fine del conflitto, che riporterebbero la Russia nell’economia globale. Intanto, però, Putin ha firmato un ordine esecutivo per potenziare le forze armate con altre 15.500 reclute, portando il numero dei militari in servizio attivo a 1,55 milioni.
La fiammella di speranza di un incontro a tre – Trump, Putin e l’ucraino Volodymyr Zelensky – resta viva solo a Kiev. Trump fa il pesce in barile, Putin detta condizioni per Zelensky inaccettabili. Sul calendario diplomatico di fine 2026, una data c’è: il Vertice del G20 in Florida a dicembre, cui Trump tiene che Putin partecipi, malgrado le riserve di molti leader nell’avere accanto un ricercato per crimini di guerra della Corte penale internazionale (che Trump vuole smantellare).














