Guerre, punto – Mentre in Israele suonano gli echi gravi del terzo anniversario degli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023, sull’Ucraina s’allunga, per la quinta volta, l’ombra cupa del Generale Inverno, l’alleato implacabile di Mosca al calare della stagione fredda, disagi per le truppe al fronte, sacrifici che la gente a casa affronta, anno dopo anno, con maggiore insofferenza e tempra più logora.
Il 7 ottobre è una cicatrice che non si rimargina e che ancora sanguina dolore, rabbia, odio, rivalsa: il dolore dei familiari delle vittime: la rabbia di chi non ottiene giustizia, né per gli errori fatti, né per i crimini compiuti; l’odio di chi ancora esalta il terrore e predica violenza; il desiderio di rivalsa di chi ritiene le bombe e le violazioni dei diritti una risposta al terrore e alla violenza.
A tre anni dai raid di Hamas in territorio israeliano con 1200 vittime, 250 ostaggi catturati, migliaia di feriti e un Paese traumatizzato -, la Striscia di Gaza è un cumulo di macerie provocate dall’offensiva dell’esercito israeliano con armi americane: un cimitero per oltre 75 mila palestinesi (un numero che continua ad aumentare, nonostante la tregua in atto da circa un anno: venerdì 2 ottobre, ci sono stati altri cinque morti a Gaza City, due erano donne cristiane; e ancora mercoledì ci sono state due vittime).
Ma nulla è davvero cambiato: Hamas è ancora lì, come l’esercito israeliano; che s’è pure installato nel Sud del Libano, in violazione degli impegni di ritiro; mentre i coloni angariano i palestinesi della CisGiordania. Centinaia di terroristi del 7 ottobre sono stati uccisi dall’esercito israeliano, sotto le bombe o nei rastrellamenti. Nessuna inchiesta ufficiale su lacune e omissioni di sicurezza è stata condotta, sull’attacco più grave e più letale mai subito da Israele nella sua storia. Le guerre che ne sono derivate sono tutte aperte.
In Israele, si va alle urne il 27 ottobre: elezioni politiche, le prime da quel tragico giorno. Il clima pre-voto innesca comportamenti sgangherati, dall’una e dall’altra parte. Hamas e i suoi alleati, in primo luogo l’Iran, esaltano il massacro e minacciano altri orrori; gli oltranzisti israeliani compiono bravate vessatorie contro i palestinesi di Gerusalemme e della CisGiordania. La pace è una chimera e la concordia – anche all’interno dei due campi – è ancora lontana.
Guerre, punto: Ucraina, l’arma del gelo e la battaglia nel Mar Nero
Sul fronte ucraino, la Russia – scrive il New York Times – sta progettando il colpo più deciso mai portato finora per cercare di lasciare al gelo l’Ucraina all’arrivo dell’inverno: secondo il giornale, Kiev ha mostrato ai suoi partner europei piani che sarebbero stati intercettati ai russi per tagliare l’elettricità e quindi il riscaldamento e l’acqua nelle grandi città e fiaccare la volontà di resistenza della popolazione.
E Mosca starebbe pure usando i migranti dall’Ucraina come un’arma contro gli europei, per erodere il consenso al sostegno a Kiev. Cosa che – dicono i sondaggi – sta avvenendo in Italia, Francia, Germania e altrove nell’Ue.
Ogni notte le cronache di guerra segnalano incroci di bombardamenti con missili e droni su obiettivi ucraini e russi, con i ponti di Kiev colpiti durante la visita del cancelliere tedesco Friedrich Merz e, tra lunedì e giovedì, una pioggia di droni intensissima sulla capitale. E ogni mattina si fa la conta delle vittime, uno stillicidio di civili.
Secondo il NYT, l’Ucraina ha usato per la prima volta un proprio missile balistico contro la Russia, dopo avere a lungo subito attacchi russi condotti con ordigni di quel tipo. Il missile ucraino tirato giovedì 1 ottobre – nota il giornale – ha gittata limitata, ma Kiev ne sta già sviluppando un modello più potente che potrà raggiungere Mosca
All’inizio della settimana, s’è poi intensificata la battaglia nel Mar Nero, che ha già visto decine d’imbarcazioni attaccate da droni: martedì, due navi cargo sono state colpite al largo della Bulgaria – una è affondata e l’equipaggio è dato per disperso -; lunedì, un mercantile s’era inabissato al largo della Romania, provocando la morte del capitano e di un membro dell’equipaggio, entrambi azeri – la nave, la Royad Mammadov, era di proprietà turca -. L’origine dei droni non è stata accertata, ma c’è il sospetto che fossero russi.
I due cargo attaccati nella zona economica esclusiva bulgara, quindi in un’area Nato, appartengono ad armatori turchi, secondo il database del trasporto marittimo Equasis, citato dall’agenzia Afp. S’ignora quanti fossero i membri dell’equipaggio sulla nave affondata, la Alfa Watan, che risultano dispersi. Dopo una riunione d’urgenza del governo, il premier bulgaro, Rumen Radev ha denunciato “l’attacco del tutto inaccettabile nella zona economica esclusiva bulgara, una gravissima violazione del diritto internazionale e delle norme marittime”, senza però chiamare in causa Mosca.
Tra Russia e Paesi europei Ue e Nato, le frizioni si inaspriscono: truppe estoni sono state schierate al confine russo; e l’intelligence tedesca è in allerta perché – è la tesi – “Mosca sta conducendo contro la Germania una guerra ombra”: ormai, le guerre si moltiplicano, guerreggiate, fredde, ibride, ombra.
Guerre, punto: Iran, Usa ritira B-1 da Gbr, truppe da Iraq

La US Air Force, l’aeronautica militare degli Stati Uniti, ha ritirato tutti i suoi bombardieri dislocati sulla base aerea britannica di Fairford, obiettivo due settimane or sono d’un presunto attacco terroristico dietro cui vi sarebbe l’Iran. La decisione, confermata da fonti del Pentagono, che non ne hanno però fornito motivazioni specifiche, è stata presa ed attuata – osserva il Washington Post – con inconsueta rapidità, a conferma della concretezza della minaccia e della vulnerabilità della base di Fairford, che era usata come base di partenza per missioni di bombardamento a lungo raggio nella guerra contro l’Iran.
La US Air Force aveva dislocato presso la base, nel sud-ovest dell’Inghilterra, i B-1 Lancer, ben noti per il vasto raggio d’azione e l’elevata capacità di carico di missili e bombe. Londra sostiene che gli aerei erano utilizzati “per operazioni difensive” nel conflitto fra Usa e Iran, ma non è chiaro quali missioni difensive quegli aerei possano svolgere. A determinare il trasferimento degli aerei sarebbe stato il timore di un attacco con droni difficile da sventare.
Nella notte tra il 26 e il 27 settembre, la polizia era intervenuta nei pressi della base, dopo che era stata segnalata la presenza di “tre veicoli sospetti”, all’interno dei quali gli agenti non avevano trovato “alcun ordigno esplosivo”, ma benzina “in grandi quantità”. Nel corso delle indagini, sono stati fatti sette arresti: Londra ha riconosciuto “chiare indicazioni” di un coinvolgimento dell’Iran nella vicenda – circostanza smentita da Teheran -; Washington parla solo di un “attore straniero”.
Ai primi di ottobre, gli Stati Uniti hanno completato il ritiro dalle loro truppe dall’Iraq, 23 anni e mezzo dopo l’inizio dell’invasione, il 20 marzo 2003, e nel pieno di un riassetto degli equilibri di potere nel Paese, dove l’influenza dell’Iran e di partiti e milizie che ad esso fanno riferimento è in aumento – la popolazione irachena è in larga maggioranza sciita -.
Le truppe Usa ritirate – dal 2015, erano in Iraq per contrastare l’Isis, uno dei derivati dell’invasione – sono state trasferite in Giordania, da dove parteciperanno alla guerra contro l’Iran, se le operazioni militari dovessero riprendere. L’invasione dell’Iraq ha provocato centinaia di migliaia di vittime civili irachene e migliaia di caduti americani, oltre chi di molti altri Paesi –anche italiani –, e non ha stabilizzato né la democrazia né l’economia del Paese, che resta fragile. In fin dei conti, una delle tante guerre inutili scatenate su presupposti sbagliati.
Sull’Iran, il presidente Usa Donald Trump non ha accantonato i propositi bellicosi: dopo le elezioni di midterm del 3 novembre, vuole essere pronto a colpire duro, se, nel frattempo, non sarà maturato un accordo che non s’intravvede. Un’altra portaerei, la Roosevelt, fa rotta verso il Mare arabico, dove c’è già la Washington; e altri 10/12 mila uomini sono destinati all’aerea delle operazioni.
Secondo il sito Axios, gli Stati Uniti stanno inviando più sistemi anti-missili Patriot nella regione per proteggere i siti petroliferi dell’Arabia saudita e del Qatar da eventuali nuovi attacchi iraniani e degli Huthi, i ribelli yemeniti sciiti e filo-iraniani, la cui offensiva – contrastata dalle forze regolari yemenite appoggiate dai sauditi – rende insicuro lo Stretto di Bab el-Mandeb tra Golfo di Aden e Mar Rosso.
Guerre, punto: il petrolio torna a fluire, i prezzi restano elevati

Nonostante la ripresa, ormai evidente da giorni, del flusso del petrolio dal Golfo Persico, dopo che il transito nello Stretto di Hormuz ha ritrovato una certa regolarità, i costi dell’energia restano elevati, con effetti negativi sull’economia planetaria. Pesa, anche, come appena detto, l’incertezza della situazione nel Mar Rosso.
Ci si aspetta qualche beneficio della decisione dei leader del G7, presa il 2 ottobre, di rilasciare dento milioni di barili in quattro mesi dalle loro riserve, cedendo alle pressioni americane. Gli effetti dovrebbero vedersi nel giro di due / tre settimane.
Il Wall Street Journal avverte, però, che la crisi energetico-finanziaria nata dalla somma delle guerre e delle sanzioni continua ad aggravarsi, perché “le catene di rifornimento che trasformano il greggio in carburante sono ancora sotto assedio”, il che mantiene alti i prezzi di benzina e diesel e quindi l’inflazione.
Anche la tragedia sfiorata una settimana fa bordo di un volo FlyDubai diretto da Dubai a TelAviv, che il co-pilota voleva fare schiantare sull’aeroporto Ben Gurion, alimenta incertezze, timori e tensioni che concorrono a tenere elevati i costi dell’energia. Il dirottamento sventato dalla reazione del pilota e dei passeggeri, ripropone il tema delle carenze nella sicurezza di Israele: il co-pilota, la cui radicalizzazione era nota, non avrebbe dovuto trovarsi su quell’aereo.














