Con le elezioni di midterm incombenti – martedì prossimo 3 novembre si rinnova tutta la Camera e 35 dei 100 seggi del Senato -, le guerre in Medio Oriente e in Ucraina vengono sempre più lette in chiave di politica interna dai principali media Usa. Mentre una notizia che in Italia ha avuto enorme rilievo, il voto di papa Leone XIV, il cittadino americano Robert Francis Prevost, trova un’eco molto minore negli Stati Uniti: ce n’è una menzione sulla home page della Cnn: “Il Papa fa storia votando”.
Nei suoi tormentati percorsi elettorali – ieri, ha cambiato idea due volte se andare o meno a fare comizi dell’ultim’ora nello Iowa e nel Kansas e alla fine ha deciso di andarci -, il presidente Usa Donald Trump tiene però viva l’attenzione sull’Iran. Secondo Ms Now, la rete ‘all news’ Nbc, Trump vuole riprendere gli attacchi all’Iran il 4 novembre, il giorno dopo il voto: un modo cinico per spostare l’attenzione da una sua sconfitta. Se ci sarà.
Ms Now rilancia un’informazione già uscita nei giorni scorsi, cioè che Washington ha avvertito delle sue intenzioni i Paesi del Golfo. Palando nello Studio Ovale con i giornalisti, il presidente, ieri, è stato invece possibilista sulle trattative: con l’Iran: ci sono “colloqui”, ha detto; “Vogliono parlare… Francamente, noi abbiamo tempo… E’ una guerra, ma non una guerra tipica…”.
Guerre, punto: un nesso tra politiche in Israele e midterm negli Usa

Quel che farà Trump dopo il voto va pure posto in relazione con quel che farà in Israele – o potrà fare – il premier Benjamin Netanyahu, una volta proclamati, il 4 novembre, i risultati ufficiali delle elezioni politiche. Risultati che, da giovedì, sono definitivi e lasciano presagine “settimane di incertezza” sui futuri assetti politici e di governo israeliani.
Il Likud, il partito di Netanyahu, e i suoi alleati hanno ottenuto 53 seggi nella Knesset, meno della maggioranza assoluta necessaria per formare un governo (61 su 120). Il maggiore blocco d’opposizione, guidato da Gadi Eisenkot e dal suo partito, ne hanno ottenuti 48. Gli altri 19 seggi sono andati ai due partiti arabo-israeliani.
Quali le opzioni? La Cnn, che parla di uno stallo e prevede settimane “di limbo politico”, perché le elezioni non hanno avuto un chiaro vincitore, dice che la sopravvivenza politica di Netanyahu “è in gioco” e che gli arabo-israeliani “potrebbero essere l’ago della bilancia del potere”, ma non è sicuro che lo diventino. Quattro gli scenari prospettati: un governo d’opposizione, che dovrebbe – appunto – coinvolgere gli arabo-israeliani (e questo è l’ostacolo maggiore); un governo ‘targato Herzog’ di unità nazionale, che lascerebbe fuori gli estremisti religiosi e gli arabo-israeliani – è la soluzione cui guarda il presidente della Repubblica Isaac Herzog -; una riedizione del governo Netanyahu, con transfughi dal blocco d’opposizione; e, infine, un ritorno alle urne in tempi brevi.
Qualche indicazione verrà a partire dal 4 novembre, quando il presidente Herzog affiderà a uno dei leader l’incarico di provare a formare il governo (il designato avrà poi 28 giorni per riuscirci).
Guerre, punto: Iran, informazioni contraddittorie

Nel frattempo, però, la guerra all’Iran potrebbe ripartire: Netanyahu avrebbe voluto riprendere raid e bombardamenti con missili e droni prima del voto, Trump lo ha indotto ad aspettare politiche e midterm. Ma le guerre – si sa – aiutano i leader che le scatenano a rafforzarsi, almeno nel breve termine.
Da giorni, il Wall Street Journal offre informazioni esclusive, a volte contraddittorie, sullo stato delle cose nel Golfo Persico e, in particolare, nello stretto di Hormuz, dove il flusso di petrolio sarebbe tornato su livelli quasi normali (ma, se è così, gli effetti sui prezzi non si percepiscono). Il quotidiano economico aveva ieri un reportage esclusivo sulla missione militare statunitense nell’area: “I soldati americani sono all’opera 24 ore su 24 per mantenere il blocco dei porti iraniani e proteggere le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz”.
E, oggi, con il ricorso a immagini satellitari, sempre il WSJ ricostruisce l’entità dei danni riportati dalle basi Usa in Medio Oriente in seguito alle reazioni iraniane agli attacchi israelo-statunitensi: “Sono stati subiti danni per miliardi di dollari e sono state distrutti edifici e installazioni in circa 25 basi o avamposti statunitensi”. I danni subiti non erano mai stati fin qui documentati in modo così netto.
Guerre, punto: Ucraina, la tregua è un ricordo

Sul fronte dell’Ucraina, Kiev, che aveva brevemente sospeso gli attacchi sulle raffinerie russe, cedendo alle pressioni degli Usa in tal senso, li ha ripresi, dopo la fine della tregua umanitaria nella cittadina di Oleshki, Combattimenti e bombardamenti continuano e c’è l’ok alla cessione all’Ucraina, da parte degli Usa, di 500 missili anti-missile Patriot – i tempi di consegna sono, però, incerti -.
Un episodio, alla riunione di ieri dei ministri degli Esteri dei G20 ad Atlanta in Georgia, testimonia l’imbarazzo che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ancora lascia nelle relazioni internazionali: il padrone di casa e presidente di turno della riunione, il segretario di Stato Usa Marco Rubio, ha cancellato all’ultimo momento dal programma la tradizionale foto di famiglia, perché i ministri europei non volevano figurare nella stessa immagine con il russo Serguiei Lavrov. Invece, Rubio e Lavrov hanno avuto un incontro a margine della riunione.
Fa parlare di sé il luogotenente generale Brett Sylvia, un alto ufficiale che era già stato rimosso dal segretario alla Guerra Pete Hegseth e che ora è oggetto di un’inchiesta criminale per avere divulgato informazioni riservate. Secondo Axios, che cita un rapporto del Pentagono, il generale ha ammesso di avere diffuso informazioni riservate sull’Iran e sull’Ucraina. Il Washington Post scrive che le accuse mosse al generale Sylvia hanno stupito i suoi colleghi, alcuni dei quali mettono in discussione quanto sostenuto dai collaboratori di Hegseth.














