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Trump fa accordo sul petrolio col Venezuela per riparare al guaio con l’Iran

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Ecco come un’atto di pirateria torna utile per riparare i danni di un’aggressione: tutto e solo ‘pro Usa’ – anzi ‘pro Trump’ – e a danno della legalità e della comunità internazionale. Stati Uniti e Venezuela hanno raggiunto un’intesa sulla gestione di 65 milioni di barili di riserve di petrolio del Paese il cui presidente Nicolas Maduro è stato rapito con la moglie dalle forze speciali Usa all’inizio dell’anno, con un’operazione del tutto illegittima, ed è tuttora in attesa di giudizio in una prigione statunitense.

Il presidente Usa Donald Trump ha annunciato l’accordo con un post sul suo social Truth,  attribuendone il merito ai negoziati condotti dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario alla Guerra Pete Hegseht. Per il Venezuela, la trattativa è stata condotta dalla presidente ad interim Delcy Rodriguez.

Venezuela: Trump si beffa della democrazia
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Nicolas Maduro (Copyright: Reuters)

Secondo Trump, l’intesa farà scendere il prezzo della benzina negli Stati Uniti, che è un cruccio degli elettori ed è una delle preoccupazioni dei repubblicani – forse la maggiore -, in vista del voto di midterm del 3 novembre. A otto mesi dal sequestro del presidente Maduro e di sua moglie, l’annuncio dell’accordo conferma che Maduro non è stato rimosso perché era un dittatore e perché conculcava la libertà del suo popolo, ma perché non assecondava gli interessi degli Stati Uniti e degli amici petrolieri del magnate presidente.

In questi otto mesi, la presidente ad interim Rodriguez s’è garantita il posto – e l’incolumità, sua e del suo ‘inner circle’ – mostrandosi accondiscendente con le richieste americane. E nessuno progetta di verificare con elezioni il favore di cui gode: né a Caracas né a Washington. Chi s’era immaginato che Trump fosse stato mosso anche dall’anelito di libertà del popolo venezuelano ha ormai riposto le sue illusioni.

Venezuela / Iran: incidenze geo-politiche di un atto di pirateria e di un’aggressione
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L’incontro in Alaska il 15 agosto 2025 tra i presidenti Usa Donald Trump e russo Vladimir Putin (Fonte: agenzia Anadolu)

L’atto di pirateria in Venezuela dovrebbe quindi tamponare le conseguenze economiche mal calcolate dell’aggressione israelo-americana all’Iran, esattamente sei mesi or sono. “Trump – scrive il Washington Post -, che aveva promesso una guerra corta di quattro/cinque settimane, si ritrova, sei mersi più tardi, con poche opzioni” per vincerla o anche solo per uscirne bene. E, intanto, sostiene il Wall Street Journal, la Cina riesce a trasformare quella che pareva un tallone d’Achille, cioè la scarsità di petrolio, “in un’arma geo-politica”.

Ed è diffusa, sui principali media Usa, la percezione che la scarsità di missili e munizioni causata dalla guerra all’Iran possa indebolire la capacità di deterrenza degli Usa nei confronti della Cina e della Russia, che, dal canto suo, aumenta l’intensità degli attacchi contro l’Ucraina e lascia planare minacce di azioni dimostrative contro Paesi Nato – i più in allarme sono la Polonia e i Baltici -. Secondo Euronews, Mosca vuole “sfiancare” la resistenza degli ucraini.

Usa: inflazione preoccupa Fed, presidente pensa a monumenti

Le preoccupazioni per l’andamento dell’inflazione, che resta alta, anche per le perduranti difficoltà di navigazione nello Stretto di Hormuz, sono emerse anche nel discorso del presidente della Fed, cioè la Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, Kevin Warsh, alla tradizionale annuale riunione dei banchieri centrali di mezzo mondo a Jackson Hole, ai piedi dei Tetons, nel Wyoming.

Warsh, che il presidente Trump ha messo lì con il preciso mandato di ridurre il costo del denaro – cosa che il suo predecessore Jerome Powell era riluttante a fare nelle attuali circostanze -, ha dovuto ammettere che i tassi di interesse dovranno probabilmente salire nei prossimi mesi per frenare l’aumento dei prezzi.

In questo contesto, i numerosi critici rimproverano al presidente Trump di essere più impegnato nella realizzazione dei suoi faraonici (e controversi) progetti immobiliari architettonici ed urbanistici, fra cui una sala da ballo alla Casa Bianca, il rifacimento del Kennedy Center e l’erezione di un arco di trionfo al di là del Potomac, che nella costruzione della pace. Ad essi, scrive il WSJ, Trump sembra affidare la sua ‘legacy’, cioè l’immagine che lascerà di sé.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche.Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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