Una foto malevola di Giorgia Meloni postata sui social e una telefonata malandrina al presidente della Fifa, il suo ‘troppo amico’ Gianni Infantino: compiute le sue ennesime bravate, che non ne migliorano certo l’immagine fra gli alleati, il presidente Usa Donald Trump s’appresta a partire per il Vertice della Nato in Turchia.
La foto malevola di Meloni, che lo guarda a occhi spalancati al Vertice del G7 a Evian a metà giugno, ha come didascalia: “Serve un ordine restrittivo” perché – sottinteso – la premier italiana è una stalker. Il rilancio delle diatribe tra Trump e Meloni, che parevano sopite, appare gratuito e coglie di sorpresa Palazzo Chigi.
Nella telefonata malandrina, Trump chiede a Infantino di sospendere la squalifica del bomber Usa Folarin Balogun, espulso contro la Bosnia, così che l’attaccante possa giocare negli ottavi di finale con il Belgio questa sera. La cosa più grave è che Infantino accondiscende alla pretesa di Trump, rendendo condizionale la squalifica: decisione senza precedenti da oltre ottant’anni in qua e che rischia di falsare il torneo, a prescindere dal fatto che l’espulsione di Balogun fosse apparsa ai più eccessiva.

Episodi meno gravi di un conflitto scatenato senza consultare gli alleati, e pretendendone l’aiuto, o di una ‘guerra dei dazi’; ma temi comunque sensibile per le opinioni pubbliche, specie europee. La foto di Meloni e la telefonata a Infantino sono ennesime conferme dell’innata tendenza di Trump a non rispettare le regole e a ignorare il ‘fair play’.
Caratteristiche che il magnate presidente potrebbe sciorinare al Vertice della Nato ad Ankara domani e mercoledì, dove arriva ‘storto’ perché le celebrazioni del 4 Luglio, nel 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti, sono state in tono minore, senza il risalto e l’impatto da lui auspicati a causa della canicola e dei temporali.
Contro cui non c’era modo di telefonare al ‘dio della meteo’, anche se Trump s’è recisamente opposto – s’è ieri appreso – ai consigli di cancellare gli eventi venuti da autorità e forze dell’ordine: fonti della Casa Bianca riconoscono che “tutte le entità coinvolte” avevano suggerito di annullare gli appuntamenti – solo la parata è saltata -.
Nato: spese per la difesa e Ucraina su sfondo di Iran
Dallo stato d’animo del magnate presidente, o del monarca presidente, dipende il clima del Vertice di Ankara, che chiude la serie estiva dei grandi incontri diplomatici occidentali aperta dal G7 (15 / 17 giugno) e proseguita col Vertice europeo di Bruxelles (18 e 19 giugno). Sabato Trump ha avuto telefonate con i presidenti russo Vladimir Putin e ucraino Volodymyr Zelensky – molto lunga quella con Putin, che aveva appena compiuto una visita al fronte per contrastare la narrativa secondo cui Kiev è all’offensiva in questo momento: è vero nella ‘guerra dei droni’, meno sul terreno dove c’è stallo -.

Putin ha vantato successi militari e ha negato che l’Ucraina abbia riconquistato territori, nonostante gli attacchi dei droni abbiano danneggiato installazioni energetiche in Russia e causato difficoltà negli approvvigionamenti di carburante. Il leader russo vuole ri-coinvolgere nella ricerca della pace Trump, che da tempo se ne disinteressa. Stesso intento hanno gli alleati europei degli Stati Uniti e Zelensky, che devono però essere cauti: Trump ha tendenza a fare comunella più con la Russia che con l’Ucraina.
Un’altra sfida internazionale a Trump viene in queste ore da Teheran e dall’Iran: milioni di persone stanno partecipando alle esequie, che durano una settimana, della defunta guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khameney, ucciso dalle bombe israeliane il 28 febbraio, nel primo giorno dell’aggressione israelo-americana all’Iran. I media Usa giudicano l’evento “una sfida all’America lanciata da un regime fortemente provato ma che si regge ancora in piedi e che non è sconfitto”.

Oltre che Khameney, le onoranze riguardano tutte le vittime degli attacchi israelo-americani, specie le circa 180 vittime – quasi tutte bambine – della scuola elementare di Minab, colpita per errore quello stesso 28 febbraio. Gli Stati Uniti non riconoscono la loro responsabilità in quella strage, anche se le prove raccolte in merito dai media Usa sono schiaccianti. Il Washington Post osserva: “La tragedia ha contribuito a rafforzare il sostegno al regime e ad aumentare l’odio per l’America”.
Trump s’appresta a portare al Vertice della Nato ad Ankara le sue recriminazioni d’alleato deluso, continuando a ignorare uno dei principi fondamentali sanciti nella dichiarazione d’indipendenza, cioè la cooperazione internazionale. Ad Ankara, Trump ci va di mala voglia – aveva già ipotizzato di disertare l’appuntamento -: chissà se l’arte dell’adulazione sciorinata dal segretario generale dell’Alleanza atlantica Mark Rutte e i dati sugli aumenti delle spese per la difesa dei partner saranno sufficiente a ‘tenerlo buono’.














