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4 Luglio: Trump sfida il caldo e la storia, Teheran risponde con folla per Khameney il martire

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Buon 250° compleanno!, America: la festa del 4 Luglio. gonfia di retorica nelle parole tronfie di Donald Trump, si riduce a fiera di paese con gli stand sul Mall di Washington svuotati di gente dal caldo torrido. Ma il magnate presidente sfida la canicola e la prudenza e parla – sia pure solo per poco più di 30’, non il discorso fiume minacciato -: promette l’approdo a un’ ‘età dell’oro’ fantomatica e fumosa; e vanta successi che sono sconfitte e atti d’imperio che isolano l’Unione nel Mondo, dal Venezuela all’Iran. Un discorso senza momenti di riflessione sul passato dell’America e sul mito di un ‘sogno’ che ha ispirato – o illuso? – una decina di generazioni.

Sui media Usa, l’evento è segnato da polemiche e ironie sulle celebrazioni nel segno di Trump, che ha finanziato col contagocce – dice Politico – il comitato ufficiale America 250, per lasciare fondi e spazio alla sua iniziativa Freedom 250, che più che l’Unione celebra lui stesso.

Invece di riflettere sugli aspetti tuttora incompiuti della Dichiarazione d’Indipendenza e di ragionare sulle contraddizioni di un documento che proclama che tutti gli uomini nascono uguali, ma accetta l’esistenza della schiavitù, il magnate presidente sciorina orgoglio e suprematismo e mette a rischio la coesione nazionale, trascurando il contributo delle minoranze – nativi, neri, ispanici – ai successi dell’Unione.

4 Luglio: le Americhe alternative di Trump e di Leone XIV

E’ più compitamente americano di lui Papa Leone XIV, che a Lampedusa ricorda che l’America è stata “plasmata dai migranti”, mentre Trump di ammanta del ruolo di ‘deportatore in capo’. Il papa lancia un monito all’Europa che tocca anche l’America: i migranti morti, in mare o nel deserto dell’Arizona, “sono vittime di decisioni mancate”; i leader devono affrontare il problema, i cristiani non possono ignorare la sofferenza di chi è costretto a lasciare il proprio Paese.

Scrive Le Monde: nell’America di Trump, “l’ideale di eguaglianza espresso nei testi fondamentali resta lontano, il sistema di equilibrio dei poteri s’è incrinato… La fiducia dei cittadini in una storia comune s’erode… Anche la natura del regime lascia spazio a dubbi: a celebrare i 250 anni dell’Indipendenza e della repubblica, è un presidente monarca…”. Gli storici, però, relativizzano: Trump sarà una nota a pie’ di pagina nei loro libri prossimi venturi; una parentesi, non un momento di svolta.

La Cnn sottolinea la contraddizione: il 250° anniversario della liberazione dell’America da un re viene celebrato con elementi di culto della personalità; l’immagine di Trump è sui palazzi federali, oltre che sui passaporti, e la sua firma è sui dollari. “Il presidente ha lo stile di un monarca più che quello del capo della più antica democrazia moderna… E vede l’America come un impero…”.

4 Luglio: le celebrazioni iniziate al Monte Rushmore
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Donald Trump e il presidente Theodore Roosevelt, in una combo di National Review

Venerdì, Trump aveva avviato i suoi festeggiamenti al Monte Rushmore, nel South Dakota, dove sono scolpite nella roccia le immagini di quattro grandi presidenti Usa, George Washington, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln e Theodore Roosevelt.

Proprio la scelta di inaugurare le celebrazioni dal Monte Rushmore si prestava all’ironia dei media: il Washingtion Post ricordava che Trump va da anni dicendo che la sua effigie dovrebbe essere aggiunta a quella dei suoi quattro grandi predecessori. Il mese scorso, ha postato un’immagine fatta dall’IA del monte con il suo volto accanto ai quattro già scolpiti nella roccia. Sabato, la Casa Bianca ha ribadito che “non ci potrebbe essere migliore completamento al Monte Rushmore che l’immagine di Trump”.

Iran: la folla per Khameney segnala la forza del regime
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Mourners attend funeral prayers held as part of the dayslong funeral service for the slain Iranian Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei and members of his family at the Imam Khomeini Mosalla Grand Mosque in Tehran, Iran, Sunday, July 5, 2026. (AP Photo/Altaf Qadri)

Quasi a proporre un confronto con il Mall di Washington svuotato dalla calura nel 4 Luglio, a Teheran una folla di milioni partecipa alle esequie della guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khameney, ucciso sotto le bombe israeliane nel primo giorno dell’aggressione israelo-americana all’Iran. I media Usa giudicano l’evento “una sfida all’America lanciata da un regime fortemente provato ma che si regge ancora in piedi e che non è sconfitto”. Mentre Trump, più vanaglorioso del Miles di Plauto, blatera di una vittoria mai conseguita. E si prepara a portare al Vertice della Nato ad Ankara in Turchia martedì e mercoledì le sue recriminazioni di alleato deluso.

Antonio Fatiguso, corrispondente dell’ANSA da Washington e testimone delle celebrazioni del 4 Luglio, ce ne racconta così alcuni aspetti. Il presidente Trump ha parlato a lungo della potenza militare Usa, ripetendo che le forze armate iraniane sono state “annientate”: “L’America è una nazione di vincenti e oggi il nostro Paese sta vincendo di nuovo”. Sul fronte interno, ha esortato il Congresso a varare una legge che impone l’identificazione degli elettori e limiti il ricorso al voto per corrispondenza, nota come ‘Save America Act’, per ora bloccata. “Non ci sarà il voto per corrispondenza”, ha detto Trump, salvo alcune eccezioni legate a malattia o disabilità.

Nel discorso, il magnate presidente ha evocato eroi americani, da Davy Crockett ai fratelli Wright, ai Marines che combatterono a Iwo Jima, e ha voluto sul palco l’equipaggio della navicella spaziale Artemis II: “Andremo sulla Luna e da lì proseguiremo verso Marte”.

“La bandiera a stelle e strisce ha già relegato falce e martello nell’oblio in passato e lo farà di nuovo se necessario”, ha aggiunto Trump, collegando la Guerra Fredda ai giorni nostri: “il comunismo” mostra “il suo volto orribile proprio qui in America… È come un cancro: bisogna estirparlo e bisogna farlo in fretta”. Tutto in uno sventolio di bandiere storiche: una che accompagnò il D-Day; e una che fu drappeggiata sulla bara di Abraham Lincoln, il presidente ucciso da un ‘suprematista’.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche.Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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