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Gaza: Netanyahu dice no alla pace di Trump. Iran: tutto tace su presunte intese

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Il premier israeliano Benjamin Netanyahu dice no al piano di pace per Gaza del presidente Usa Donald Trump e del Board of Peace, annunciato in fanfara a fine luglio, ma rimasto lettera morta, com’era stato facile prevedere, perché Israele subordina il ritiro delle sue truppe dalle zone occupate al disarmo di Hamas e Hamas subordina il disarmo al ritiro.

Risultato, lo stallo confermato dalle parole di ieri di Netanyahu: “Israele non accetta il documento in 15 puti” avallato da Trump. Ogni ritiro israeliano sarà attuato solo dopo “un vero e non fittizio disamo” da parte dei miliziani palestinesi. Affermazioni poi parzialmente attenuate nei fatti perché c’è stato un arretramento israeliano nella zona del valico di Rafah, al confine con l’Egitto.

La Casa Bianca non mostra preoccupazione per le parole di Netanyahu, attribuite al clima elettorale in vista del voto di ottobre in Israele. Ma anche le parole e le decisioni del presidente Trump sono, a loro volta, condizionate dalle elezioni di midterm il 3 novembre negli Stati Uniti.

Di fatto, ora, ovunque le paci di Trump si rivelano elusive: a Gaza, si è fermi a una tregua precaria, senza essere mai passati all’attuazione della seconda fase del piano di pace tronfiamente celebrato – presente, con molti altri, l’Italia – a Sharm-el-Sheikh a inizio ottobre; in Iran, l’intesa più volte data per imminente non s’è mai concretizzata; quanto all’Ucraina, non si parla né di tregua né di pace. E, anzi, a Mosca come a Kiev si profitta del conflitto per regolare conti interni; e la Russia riduce ulteriormente gli spazi di dissenso, proprio mentre gli attacchi ucraini sul territorio russo disorientano l’opinione pubblica, che si riteneva al riparo dal conflitto

Gaza: la pace “può ancora aspettare”, le parole di Netanyahu

In questo contesto, la pace a Gaza “può ancora aspettare”, scrive stamane sul New York Times Katrin Bennhold: “Gaza durante il cessate-il-fuoco, in atto dello scorso ottobre, rimane un posto estremamente violento. Per dieci mesi, Israele ha continuato a colpire letalmente quasi ogni giorno, uccidendo oltre mille palestinesi, secondo dati forniti dalle autorità locali. Fra le vittime, vi sono comandanti e miliziani di Hamas, ma anche civili, fra cui bambini”.

Bennhold prosegue: “Oltre il 60% della Striscia di Gaza resta occupato da Israele, che sostiene che Hamas cerca di riarmarsi e che l’esercito israeliano prende di mira i miliziani. Se la guerra di Gaza era stata difficile da coprire perché Israele impediva ai giornalisti stranieri di entrare nella Striscia, la copertura del cessate-il-fuoco è difficile per lo stesso motivo”.

Ieri, Netanyahu ha parlato aprendo la riunione di gabinetto consueta la domenica: era la sua prima dichiarazione pubblica sul piano del Board of Peace di Trump. “Finché sarò primo ministro non ci sarà alcuno Stato palestinese, né a Gaza né in Cisgiordania”, ha fra l’altro ribadito. “Quando parlo di disarmo – ha precisato – intendo armi pesanti, armi leggere, tutte le armi.  E parlo di disarmo reale, non finto”, precisando che la questione è aperta con gli interlocutori statunitensi.

Pur con parole di apprezzamento per Trump, “un nostro amico”, Netanyahu rivendica la capacità d’Israele di mantenere una posizione autonoma anche di fronte alle pressioni degli alleati. “Diversamente da tutti quelli che ci fanno la predica, noi stiamo facendo ciò che deve essere fatto per la sicurezza di Israele e manteniamo la nostra posizione anche di fronte ai migliori amici”. E Netanyahu resta pure fermo nel sostenere che “con o senza accordo, finché sarò primo ministro, l’Iran non avrà armi nucleari”.

La rigidità israeliana lascia spazio di manovra a Hamas, che si dice impegnato a rispettare il piano per Gaza concordato coi mediatori al Cairo dieci giorni or sono: in una dichiarazione alla Reuters, il gruppo dice di spettarsi che “i mediatori e il garante statunitense facciano pressione su Netanyahu e sul suo governo affinché rispettino il piano e non ostacolino il processo per ragioni politiche interne ed elettorali, continuando nel frattempo a mettere a rischio la sicurezza e la stabilità della regione”. Siamo al paradosso che Hamas fa l’agnellino e chiede a Trump di convincere Netanyahu: un gioco delle parti che favorisce lo stallo e non la pace.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche.Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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