C’è attesa per l’annuncio di un accordo tra Usa e Iran che, secondo Axios, potrebbe venire già oggi, anche se c’è diffidenza perché in passato analoghe attese sono andate deluse. Il Wall Street Journal calcola che il presidente Donald Trump abbia annunciato per otto volte la fine della guerra, senza che sia mai successo davvero; e non si contano gli annunci d’avvio o di ripresa dei negoziati rimasti senza seguito.
Infatti, il conflitto non è ancora finito e le trattative, che stavolta dovevano ricominciare lunedì, non sono formalmente riprese. Evidentemente si opera sotto traccia: Iran e Oman, i due Stati rivieraschi, sarebbero vicini a un accordo bilaterale sulla navigazione nello Stretto di Hormuz; ed i mediatori, tra cui Pakistan, Qatar ed Egitto, ritengono che un’intesa Usa – Iran sia a portata di mano.
Il fatto positivo è che da venerdì scorso 31 luglio, quando si temeva che l’Apocalisse a più riprese minacciata da Trump stesse per essere scatenata, non si combatte più; e che ci sono più vittime nell’area del conflitto. Nella Striscia di Gaza, invece, le operazioni letali dell’esercito israeliano hanno ripreso intensità.
Il New York Times scrive che il presidente Usa Donald Trump “è arrabbiato” perché non capisce come si muove la leadership iraniana, dove – secondo indiscrezioni d’intelligence di vari Paesi – ci sarebbero pure contrasti. Ma le voci di dimissioni, minacciate , del presidente Masoud Pezeshkian vengono recisamente smentite.
Sempre il NYT evidenzia il rischio che un accordo tra Usa e Iran “cementi il controllo” di Teheran sullo Stretto di Hormuz: “L’intesa consentirebbe al presidente Trump di affrontare il problema più urgente dai punti di vista politico ed economico,, la ripresa della navigazione lui, ma garantirebbe all’Iran una posizione di forza e una leva strategica che non aveva prima della guerra”. Il giornale dedica un servizio “ai prigionieri dimenticati di questa guerra”, gli equipaggi delle navi bloccate da mesi, migliaia di lavoratori civili.
La Cnn insiste sulla scarsità di missili e munizioni, il cui arsenale sarebbe stato impoverito all’80%: circostanza che condizionerebbe le decisioni militari degli Stati Uniti. L’affermazione ha suscitato una reazione furiosa del segretario alla Guerre Pete Hegseth. Secondo la tv ‘all news’, c’è un errore che Trump non ha fin qui fatto nel conflitto con l’Iran: spingere l’escalation militare oltre la capacità di controllarla.
E, riferendosi all’annuncio fatto la scorsa settimana di un accordo per il disarmo di Hamas e il ritiro di Israele da Gaza, la Cnn titola: “La risposta di Israele sono il silenzio del premier israeliano Benjamin Netanyahu e un week-end letale nella Striscia con decine di vittime”.
Il Wall Street Journal fa un focus sulla scelta fatta da Heghseth per il nuovo capo di Stato Maggiore delle forze armate degli Stati Uniti, il generale Christopher LaNeve, che secondo vari congressman ed analisti mancherebbe di un’adeguata esperienza come generale a quattro stelle.
(AP) Iran war renews concerns about the lasting toll of traumatic brain injuries to US troops – Military officials say the majority of American troops wounded in the Iran war have suffered traumatic brain injuries. That’s raising fresh concerns about the lasting effects of such injuries, which were also a signature wound during the wars in Iraq and Afghanistan. Many people recover within weeks, but problems like memory loss and brain fog can persist for years. Colorado resident Joe Shearer says he’s still plagued with dizziness, migraines and forgetfulness after experiencing two blasts in Iraq in 2005.
(AP) A new media ecosystem is taking root on the left, reshaping Democratic politics – Farah Berent, a physician assistant in Holland, Michigan, used to learn about politics from channels like ABC, CBS and CNN. But that changed as she decided that coverage of the war in Gaza was irreparably biased. “I couldn’t stand all the lies on the stations,″ said Berent, arguing that there wasn’t enough attention being paid to Palestinian suffering.
“I started going to Instagram to get my news.” Berent is among many progressive-minded Americans who have sworn off legacy media institutions. They’re turning to a widening mix of independent podcasts, social media accounts and digital news sites, part of an increasingly influential ecosystem that has boosted this year’s wave of anti-establishment, left-leaning candidates. Liberals remain more likely than conservatives to trust mainstream outlets, but the splintering echoes how conservatives skeptical of their party created a collection of insurgent news sites years ago














