A 27, cioè all’unanimità sul piano ‘ReArm’ proposto da Ursula von der Leyen, con un’ottima scelta di tempo, ma scegliendo un pessimo titolo. A 26, cioè senza l’Ungheria, sull’Ucraina: il vertice Ue straordinario conferma, senza l’adesione del premier ungherese Viktor Orban, i cinque “principi” in cui i leader dei Paesi dell’Unione concordano per arrivare a una pace giusta con l’abbrivio “del nuovo slancio dei negoziati” – formula diplomaticamente ipocrita per indicare il balzo in avanti fatto dopo i primi contatti diretti Usa – Russia e l’emergere di una sintonia tra i presidenti Usa Donald Trump e russo Vladimir Putin -.

La prossima settimana ci sarà una ripresa delle trattative tra Usa e Ucraina, in Arabia Saudita, dove ci sarà anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il rapporto tra Washington e Kiev, lacerato dal litigio del 28 febbraio nello Studio Ovale, si va ricucendo, essendo Zelensky ‘andato a Canossa’.
I principi concordati dai 26 Paesi Ue sono i seguenti: “no a negoziati sull’Ucraina senza l’Ucraina” e “no a negoziati che incidano sulla sicurezza europea senza il coinvolgimento dell’Europa”, poiché “la sicurezza dell’Ucraina, dell’Europa, transatlantica e globale sono intrecciate”.
Inoltre, “qualsiasi tregua o cessate-il-fuoco deve essere parte di un processo che porti a un accordo di pace globale” e “qualsiasi intesa di questo tipo dev’essere accompagnata da garanzie di sicurezza solide e credibili per l’Ucraina, che contribuiscano a scoraggiare future aggressioni russe”.
Infine, il documento adottato ribadisce che “la pace deve rispettare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina”, anche se la concretezza di queste affermazioni sfuma, se si guarda alla situazione sul terreno e all’orientamento di Usa e Russia di considerare lo ‘statu quo’ acquisito.
‘ReArm’: un piano di guerra in guerra con se stesso Politico

Per quanto riguarda il piano ‘ReArm’, il via libera è, per il momento, politico e di massima: mancano i testi di legge, e dunque i dettagli, che, nelle trattative dell’Unione, sono sovente l’ostacolo maggiore. Però UvdL dice che arriveranno presto, perché – scandisce, con accanto Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo – “l’Europa ha di fronte a sé un pericolo chiaro e dobbiamo essere in grado di proteggerci”.
C’è a Bruxelles anche Zelensky, che dice: “Vi sentiamo vicini, siamo contenti di non essere soli”, prima di ricevere la seconda consolazione regale dopo l’umiliazione inflittagli alla Casa Bianca: domenica, lo aveva ricevuto re Carlo d’Inghilterra; ora, lo accoglie re Filippo del Belgio. Zelensky invita a non abbassare la guardia: entro cinque anni, Mosca potrà disporre di “300 brigate”, ovvero tra 900 mila e 1,5 milioni di soldati.
Per un alto funzionario Ue citato dall’ANSA, il vertice “scrive la prima pagina del libro della difesa comune europea”. In realtà, però, perché si apra davvero una prospettiva di difesa europea, bisogna prima superare il vincolo dell’unanimità, che di fatto impedisce all’Unione di avere una politica estera e di sicurezza. Il piano ‘ReArm’ può essere uno strumento, ma non può esaurire la risposta dell’Europa alla drammaticità della situazione e alle incertezze connesse alla posizione Usa.
Le discussioni – segretissime: solo i leader in sala, senza assistenti né cellulari – hanno toccato l’ampio spettro delle opzioni perseguibili: rafforzare l’Ucraina, con nuovi aiuti militari (l’Ue ne prevede almeno 30 miliardi per il 2025); esplorare le dinamiche della possibile costituenda ‘coalizione dei volenterosi’ disponibile a mettere gli scarponi sul terreno in Ucraina una volta raggiunto il cessate-il-fuoco; coinvolgere Kiev nel piano di riarmo europeo, consentendole l’accesso agli appalti congiunti incentivati dal nuovo fondo comune da 150 miliardi.
Sul piano ‘ReArm’, pare assodato che i 27 chiederanno alla Commissione di fare di più di quanto finora proposto. Berlino ha ottenuto un passaggio in cui si chiede di esplorare “ulteriori misure” – seppur garantendo al contempo la “sostenibilità del debito” – per “facilitare una spesa significativa per la difesa a livello nazionale in tutti gli Stati membri”, anche rivisitando il Patto di Stabilità e Crescita per avere margini di spesa maggiori, un’idea che piace pure all’Italia.
Non si escludono – riferiscono fonti bene informate, sempre citate dall’ANSA – passi ulteriori verso uno strumento di investimento comune, fino ad arrivare ai sussidi con eurobond oltre che ai prestiti. Ma qui si va oltre il dibattito di questo vertice: le idee non mancano.
La prassi di bypassare l’Ungheria potrebbe estendersi ad altri fronti. “Non abbiamo più tempo – dice il capo della diplomazia europea, l’ex premier estone Kaja Kallas -. È sempre più difficile superare il blocco di Budapest… Ecco perché nella mia proposta per dare un aiuto militare extra all’Ucraina c’è la possibilità di formare una coalizione in modo che un Paese non fermi gli altri”.
‘ReArm’ e non solo: altre ipotesi discusse

I francesi, a quanto si apprende, hanno chiarito che la cosiddetta ‘coalition of the willing’ sarà “aperta a tutti” ma che al momento è ancora “prematuro” parlare di modalità e finalità. E l’idea d’una forza d’interposizione europea sul terreno a verifica degli impegni di cessate-il-fuoco continua a suscitare riserve in molti Paesi, fra cui l’Italia, oltre che a Mosca.
Per continuare a chiedere la copertura Usa – il cosiddetto “backstop” -, gli europei devono prima capire cosa offrire. Naturalmente l’eco della proposta di Emmanuel Macron di aprire un dibattito sulla condivisione dello scudo atomico francese è risuonata nei corridoi. Il cancelliere tedesco uscente Olaf Scholz ha ribadito la sua lealtà all’ombrello Nato, dunque Usa, mentre per il polacco Donald Tusk “vale la pena” prenderla in considerazione.