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Leone XIV: continuità con Francesco o compromesso con Trump

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Per le sue origini familiari e per il suo percorso pastorale, Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost è un Papa in sé ecumenico: nord-americano per nascita – Chicago 1955, padre franco-italiano e madre spagnola, sud-americano da missionario e poi da vescovo, globale come priore generale degli Agostiniani, curiale per gli incarichi datigli da Papa Francesco, che lo fece cardinale nel 2023. Il New York Times gli ha anche scoperto presunte origini afro-creole, in un matrimonio a New Orleans nell’Ottocento fra due suoi presunti avi.

Eppure, proprio lui, il primo papa nord-americano – “Habemus americanum”, titolava la Cnn, subito dopo l’elezione – si profila, o – almeno – viene profilato dai fondamentalisti statunitensi, come un Papa che polarizza il cattolicesimo e la società negli Stati Uniti.

251210 - Ucraina - Zelensky - Papa Leone XIV
l’incontro tra il nuovo Papa Leone XIV ed il presidente ucraino Zelensky (fonte: Quotidiano.net)
Leone XIV e l’America di Trump – “È il maggiore pericolo per il progetto Maga”, sentenzia Steve Bannon, stratega dell’ascesa politica di Donald Trump. “E’ un woke pro  frontiere aperte. È un marxista convinto come Papa Francesco. I cattolici non hanno da aspettarsi nulla di buono: un’altra marionetta marxista in Vaticano”, spara sui social Laura Loomer, influencer cospirazionista molto ascoltata da Trump.

Ed El Pais racconta che il cardinale Prevost fu bersaglio di “una campagna di ambienti ecclesiastici ultra-conservatori”, che l’accusavano di aver insabbiato abusi in Perù. Accuse rivelatesi infondate, dopo un’indagine del Vaticano.

Politico.com si pone il dubbio: “Il primo papa americano si opporrà a Trump?”; e si dà la risposta: “Il sostegno nel Conclave si è rapidamente coagulato intorno a un leader capace di contestare l’agenda del magnate presidente, specie sui migranti”. Il no all’aborto di Trump, per altro tiepido e opportunistico, non può certo bastare, agli occhi della Chiesa, ad ‘abbonare’ tutta una serie di scelte poco o per nulla cristiane.

Il cardinale Prevost era già uscito allo scoperto, quando rimbeccò il vice -presidente Usa JD Vance, un convertito cattolico, che citava a sproposito Sant’Agostino circa l’ ‘ordo amoris’. Prevost, a capo di un ordine che non aveva mai espresso un pontefice (come Francesco era stato il primo gesuita), s’era sentito punto sul vivo: “Gesù non fa classifiche dell’amore”, aveva replicato.

Il 267o papa della chiesa cattolica e vescovo di Roma, nono sovrano dello Stato del Vaticano, appare riservato, ma ha personalità. La scelta del nome lo conferma. Leone XIII è stato l’ispiratore della dottrina sociale della Chiesa: promulgò nel 1891 l’enciclica Rerum Novarum, in cui la Chiesa prese per la prima volta posizione sulle questioni sociali e su cui ora si fonda la moderna dottrina sociale cattolica. Leone XIV ritiene l’intelligenza artificiale la questione sociale del nostro tempo.

Elementi di continuità con Francesco sono l’insistenza, fin dalla prima sortita, la sera dell’elezione, sulla pace, che deve essere “duratura, disarmata e disarmante”: parole ripetute nell’incontro lunedì con gli operatori dei media, invitati a porre al servizio della pace “il dono prezioso della libertà d’espressione e di stampa”. Inoltre, Prevost è considerato progressista sulla vicinanza ai poveri, l’accoglienza dei migranti o il cambiamento climatico.

Sarebbe, invece, più conservatore del suo predecessore sui diritti civili, sul ruolo delle donne e sull’atteggiamento della Chiesa verso la comunità Lgbtq+. Ciò induce il Washington Post a parlare di “scelta compromesso”, considerato anche che, in Illinois, Prevost era un elettore registrato repubblicano (ma in epoca ‘pre – Trump’).

La stampa nord-americana ha salutato con una salva di breaking news e un unico titolo l’annuncio della elezione a Papa del cardinale statunitense di 69 anni: “Il primo papa americano”, inteso come nord-americano. Il presidente Usa Donald Trump ha postato su Truth le sue “congratulazioni”: “E’ un onore ed è emozionante per il nostro Paese che sia il primo americano … Non vedo l’ora d’incontrare papa Leone XIV … E’ un momento molto significativo”.

251206 - Trump - National Security Strategy
President Donald Trump speaks during a Cabinet meeting at the White House, Tuesday, Dec. 2, 2025, in Washington, as Secretary of State Marco Rubio, left, and Defense Secretary Pete Hegseth, right, look on. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Trump quasi ansioso di annoverare l’elezione a papa di Prevost fra i suoi successi, anche se il papa americano non è di sicuro un papa ‘trumpiano’. Nel discorso di accettazione – una novità: l’ha letto; di solito, i pontefici neo-eletti parlano a braccio – è passato dall’italiano allo spagnolo, senza dire una parola in inglese. Eppure, l’Ap registra un’esplosione di nazionalismo ecclesiastico fra sei cardinali elettori statunitensi, che avrebbero celebrato Leone XIV mettendo ad alto volume ‘Born in the Usa’ e ‘American Pie’.

Per Stefano Feltri nei suoi Appunti, Leone XIV “sembra in condizione di salvare quanto di buono c’è stato nel papato di Francesco, lasciando indietro gli eccessi e le derive populiste”. E Le Monde, che condivide la definizione “cittadino del Mondo”, sostiene che Leone XIV potrebbe “irritare” l’Amministrazione repubblicana” perché “ci tiene a non apparire un esponente della chiesa cattolica statunitense”. Il giornale elenca “i dossier più delicati del nuovo papa”: “violenze sessuali, crisi delle vocazioni e riforma della curia”: “Il compito più immediato è attuare le indicazioni del Sinodo sulla sinodalità”, completando la riflessione “sul futuro di una Chiesa più inclusiva”.

In un’analisi, il New York Times scrive che il nuovo Papa potrebbe divenire un potenziale ‘alter ego’ di Trump sulla scena mondiale: l’attenzione di Leone XIV per emigrati e rifugiati, oltre che per pace e ambiente, e il suo background “pluralistico” possono offrire una diversa prospettiva dei valori Usa rispetto all’approccio ‘America First’ del presidente degli Stati Uniti e del suo vice JD Vance, sempre in uno spirito da ‘costruttore di ponti’ tra le due Americhe – lui che in Perù è “lo yankee latino” – e nel Mondo intero.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche.Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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