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È finito il mito del Regno di Camelot digitale

Lo conferma la scelta di campo della Silicon Valley pro-Trump

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Le grandi piattaforme sono oggi solo prestanome di interessi politici trasversali. Per questo bisogna contestarne sia il controllo di dati che rimangono un bene comune, sia l’esclusiva nella gestione dei processi tecnologici che sono sempre l’evoluzione di un general intellect. Senza più la mitologia della tavola rotonda dei cavalieri buoni, forse si potrebbe aprire una nuova stagione 

Silicon Valley: la fine di un mito

Il sequestro di 120 milioni ad Amazon, disposto dalla magistratura milanese, per reati che sembrano ipotizzare una sorta di caporalato digitale, in cui le più arcaiche forme di inquinamento del mercato, come appunto la intermediazione di manodopera si combinano con le più innovative modalità commerciali, guidate da piattaforme e algoritmi, rompe definitivamente quello specchio, già peraltro appannato, in cui si rifletteva ancora quella scintillante immagine della Silicon Valley come Regno di Camelot. Proprio il mito della tavola rotonda, dove i cavalieri erano tenuti a difendere il bene contro gli orchi cattivi del passato, era stata una delle metafore su cui aveva giocato, nella sua fase iniziale, il sistema delle grandi imprese digitali. Lo slogan di Google Don’t be devil era una bandiera che veniva usata per catturare non solo l’attenzione ma proprio la complicità degli utenti.

In molti casi, come per la recente pandemia, si erano sentite anche a sinistra voci di chi sostenesse che era preferibile che i dati sensibili individuali li controllassero le Big tech piuttosto che le burocrazie statali. Ora la gamma dei misfatti compiute appunto dalle big tech in quel capitalismo della sorveglianza denunciato da Shoshanna Zuboff ha del tutto frantumato quell’allegoria, mostrando quanto devil vi sia negli algoritmi delle grandi piattaforme.

La scelta di campo in favore di Trump di marchi portanti del mito digitale, da Elon Musk a Peter Thiel e soprattutto quell’anarco visionario di Marc Andreesen che aveva dato il tempo all’utopia dell’autogoverno della rete, ha poi collocato una componente consistente degli interessi tecnologici a rimorchio del fronte reazionario e sovranista in uno scambio scellerato che vede il partito della proprietà monopolista accordarsi con il partito delle proprietà privilegiate contro ogni rischio di liberalizzazione del mercato, opponendosi persino alle richieste degli stessi gruppi finanziari di lasciare aperte le frontiere commerciali. Proprio quanto sta accadendo negli Stati Uniti d’America, che rimane il paese guida della svolta tecnologica, ci dovrebbe spingere anche in Europa ad aggiornare comportamenti individuali e strategie collettive.

I due nodi che rimangono da risolvere per l’Unione europea

Le norme approvate dall’Unione in materia di intelligenza artificiale sembrano già consumate da queste svolte politiche. In particolare rimane ancora indeterminato il modello industriale che come Europa pensiamo di favorire – la riproduzione dei campioni verticali, come Cina e Stati Uniti o invece un modello a nuvola basato sull’open source – e soprattutto non si è ancora elaborato una visione per regolare lo scambio di dati e software con le grandi piattaforme, uno scambio che non si può ridurre a una, per altro precaria, monetizzazione che lasci in mano dei gruppi multinazionali il totale dominio su gli uni e gli altri.

L’acuirsi della tensione internazionale porta gli Stati a ridurre ormai ogni margine di autonomia per le aziende digitali che vengono richiamate a una disciplina geopolitica. Già da almeno due anni il governo cinese aveva tagliato le unghie ai suoi giganti come Alibaba oppure la stessa Huawei, riportandoli sotto l’ala protettrice degli apparati tecnologici del sistema militare.

Mentre gli Stati Uniti ancora si affidavano alle dinamiche del liberismo commerciale per privilegiare le proprie aziende da tempo proiettate sui mercati del mondo.

Ma da qualche mese il vento è cambiato anche nel paese del libero mercato per antonomasia. I tribunali di diversi Stati hanno inquisito e condannato i principali gruppi, come Google e Amazon, richiamandone i vertici a una adesione alle strategie globali del Dipartimento di Stato.

Ora la contesa elettorale ha sostituito alla contrapposizione fra Stato e proprietà privata dei gruppi digitali, la diversa adesione dei singoli gruppi ai partiti in campo. Una scelta che rende le piattaforme ormai un prolungamento delle tecniche di comunicazione e relazione dei centri di interesse politico con vari target elettorali nei diversi paesi.

Siamo in un anno di consultazioni globali, dove circa i due terzi della popolazione terrestre è chiamato ad esprimersi sul governo del proprio paese o delle istituzioni internazionali a cui il paese aderisce. La radicalizzazione ideologica, indotta dall’aggressione sovranista trasversale, ha reso ogni elezione un capitolo di un unico grande scontro politico, di cui la contesa per la Casa Bianca sarà l’epilogo.

Far fronte all’intensificazione dell’automatizzazione delle decisioni

L’irruzione dell’intelligenza artificiale come processo di intensificazione dell’automatizzazione delle decisioni, basato su procedimenti di addestramenti semantico, rende centrali la difesa delle culture nazionali, di quel bagaglio di contenuti testuali ed audiovisivi che oltre a tutelare la comunità territoriale nella sua autonomia narrativa, permette anche di rendere i sistemi generativi più affini e convergenti con i gruppi nazionali.

Su questo bisogna dunque attivare una mobilitazione politica, sia a livello europeo che di singolo paese. Le norme servono a garantire la consapevolezza della difesa del proprio recinto culturale, ma non bastano. Bisogna procedere con un’attivizzazione dei soggetti in grado di dare un senso ai processi di addestramenti e tipicizzazione dei sistemi tecnologici come le città e le categorie professionali.

Contrastare le piattaforme prestanome di interessi politici trasversali

Le grandi piattaforme sono oggi solo prestanome di interessi politici trasversali. Per questo bisogna contestarne sia il controllo di dati che rimangono un bene comune, sia l’esclusiva nella gestione dei processi tecnologici che sono sempre l’evoluzione di un general intellect. Senza più la mitologia della tavola rotonda dei cavalieri buoni, forse si potrebbe aprire una nuova stagione dove ogni tecnologia sia civilizzata dalla capacità di negoziare sistemi e servizi direttamente da parte di utenti collettivi che possano far valore il proprio diritto di cittadinanza della rete.

25 luglio 2024

Scritto per HuffPost, 25 luglio 2024. Cf. https://www.huffingtonpost.it/blog/2024/07/25/news/la_silicon_valley_pro-trump_conferma_che_e_finito_il_mito_del_regno_di_camelot_digitale-16537214/.

Michela Mezza
Michela Mezza
Insegna Epidemiologia sociale dei dati e degli algoritmi, all’Università Federico II di Napoli.

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