Il premier israeliano Benjamin Netanyahu progetta che Israele mantenga un ruolo nella Striscia, nell’intento di garantirvi – e garantirsi – la sicurezza, per un periodo di tempo “indeterminato”. Netanyahu ne ha sommariamente parlato in un’intervista alla Abc, in coincidenza con lo scadere d’un mese di guerra tra Israele e Hamas, dopo i cruenti attacchi terroristici di miliziani integralisti sul territorio israeliano sabato 7 ottobre.
Il conflitto è già il più sanguinoso mai combattuto da Israele nei 75 anni della sua storia: oltre 10 mila vittime a Gaza, per oltre il 70% donne e bambini – in un mese, ne sono morti sei volte di più che in 20 mesi in Ucraina -, cui si aggiungono i 1.400 israeliani uccisi nell’operazione terroristica e i 1500 miliziani “neutralizzati” in quell’occasione. Non ci sono dati attendibili sui caduti israeliani nei combattimenti nella Striscia: una trentina, secondo le ultime informazioni.
C’è poi la questione degli ostaggi catturati il 7 ottobre: ce ne sono circa 240 nelle mani di Hamas e di altre sigle terroristiche; solo quattro sono stati finora restituiti alle loro famiglie – tutte donne -, una soldatessa è stata liberata dall’esercito israeliano. Sugli altri si tratta, con mediazioni di Qatar ed Egitto e persino dell’Iran, cui la Thailandia s’è rivolta per alcuni lavoratori thailandesi sequestrati per errore nei kibbutz.
Della guerra non s’intravvede una fine, nonostante un incessante lavorio diplomatico e gli appelli alla pace di Papa Francesco. La violenza e la pericolosità di questo conflitto, che può contagiare l’intera regione, ha quasi cancellato dai media, e anche dalle priorità della diplomazia, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, già derubricata a “l’altra guerra”. E la governance mondiale è impotente, come testimonia la riunione senza costrutto in Giappone dei ministri degli Esteri del G7.
Guerra Israele – Hamas: tra combattimenti e diplomazia
L’esercito israeliano sta combattendo casa per casa a Gaza City, dopo averne completato l’accerchiamento della città nel Nord della Striscia tra domenica e lunedì. Siamo dunque entrati nella terza fase di questo conflitto: la prima è stata quella dei bombardamenti da terra, mare e cielo; la seconda, quella delle incursioni di terra; la terza, è quella degli scontri sul terreno.
Con tecnologie d’avanguardia, i militari israeliani individuano e distruggono la rete di tunnel costruita da Hamas sotto la città, che testimoni descrivono come una vera e propria ragnatela. Per la gente del posto è “la metro di Gaza”. Fonti israeliane dicono di avere eliminato veri e propri fortini sotterranei e comandanti di Hamas: “Per la prima volta da decenni – dice un ufficiale israeliano -, combattiamo nel cuore del terrore”.
La strategia di Netanyahu di restare nella Striscia non è però condivisa dagli Stati Uniti e suscita molte critiche anche in Israele. L’ex premier laburista Ehud Barak, un ex capo di Stato Maggiore, calcola che a Israele restano solo due settimane per sconfiggere Hamas, perché, a livello planetario, le opinioni pubbliche, largamente schierate con Israele dopo gli attacchi terroristici del 7 ottobre, stanno mutando atteggiamento, di fronte alle uccisioni e alle sofferenze dei civili palestinesi, alle devastazioni e alle distruzioni dei bombardamenti e dei combattimenti, mentre si moltiplicano le iniziative per delle tregue o un cessate-il-fuoco.
Per il momento, però, l’opinione pubblica israeliana resta convinta che la guerra a Hamas sia giusta, nonostante le preoccupazioni per gli ostaggi, le critiche a Netanyahu per l’impreparazione di fronte agli attacchi del 7 ottobre. Il protrarsi del conflitto alimenta la crescita nel Mondo, anche negli Usa e nell’Ue, non solo nei Paesi arabi, di episodi e di pulsioni di anti-semitismo. Sul Washington Post, Ishaan Tharoor commenta che si fa strada, nei commenti degli analisti come nelle dichiarazioni dei leader, una parola scomoda e terribile, “genocidio”: stavolta, a compierlo sarebbero gli israeliani.
Secondo Barak, il controllo di Gaza dovrà essere assicurato da una forza araba multinazionale, che dovrebbe pure sovrintendere alla transizione dei poteri da Hamas all’Autorità nazionale palestinese (Anp) che governa la CisGiordania. Il ritorno dell’Anp nella Striscia, però, non sarebbe ben visto dalla popolazione palestinese, che la cacciò nel 2006.
La diplomazia statunitense, alla ricerca di sbocchi con una terza missione del segretario di Stato Anthony Blinken – lunedì in Turchia, dopo essere stato in Israele, nei Territori e in Iraq -, pare puntare, per Gaza dopo Hamas, sul presidente dell’Anp Abu Mazen, segnato dall’età – ha 87 anni – oltre che dallo scarso credito di cui ormai gode presso gli stessi palestinesi, molti dei quali lo bollano come ‘collaborazionista’ per i rapporti che intrattiene con Israele.
Netanyahu, che lunedì sera ha avuto una conversazione telefonica con il presidente Joe Biden, respinge la richiesta Usa di pause umanitarie o – meglio – subordina la concessione di una tregua alla liberazione degli ostaggi israeliani in mani palestinesi. Israele ha pure lasciato cadere gli appelli per un cessate-il-fuoco venuti da Paesi arabi come Egitto e Giordania, che quarant’anni fa fecero pace con lo Stato ebraico e che sono sempre più preoccupati di un allargamento del conflitto, oltre che degli incendi che esso accende al loro interno.
Specie in CisGiordania gli incidenti sono incessanti: a Gerusalemme, un giovane palestinese accoltella due poliziotti – un’agente muore – e viene ucciso; e nei Territori, viene “neutralizzata” una “cellula armata” di Hamas. Complessivamente, in un mese i palestinesi messi in carcere sono circa 2000, in gran parte accusati di essere sostenitori degli integralisti islamici.
L’aviazione giordana ha paracadutato aiuti umanitari su ospedali di Gaza, mentre il flusso di viveri, medicinali e altri beni di prima necessità dal valico di Rafah continua a procedere a singhiozzo, così come l’uscita di palestinesi dalla doppia nazionalità e di qualche loro familiare – tutti gli italiani sarebbero fuori, tranne due operatori della Croce Rossa -. Domenica, Israele aveva dato una tregua di quattro ore per l’evacuazione di civili, prima che le sue forze entrassero nella Striscia.
I blackout di internet e dei telefoni cellulari si succedono. Le agenzie umanitarie hanno perso contatto con loro collaboratori locali. Si ha notizia di attacchi israeliani su campi di rifugiati e ospedali affollati, sotto cui vi sarebbero centri di comando di Hamas. Gli Stati Uniti hanno ulteriormente rafforzato il loro dispositivo navale militare nel Mediterraneo: alle due portaerei, s’è aggiunto un sottomarino a propulsione nucleare.
C’è stata una telefonata a Papa Francesco del presidente iraniano Ebrahim Raisi e c’è un’apertura della Russia agli Usa, nel segno della “responsabilità” che i due Paesi devono avvertire e condividere per la stabilità internazionale. Invece, nel governo israeliano c’è chi fa discorsi poco assennati: chi parla del ricorso al nucleare a Gaza come di un’opzione – e viene cacciato – e chi prospetta un piano per l’evacuazione dei civili da Gaza – e viene tacitato -.
Anche se gruppi sostenuti dall’Iran hanno alzato il livello d’attacco alle truppe Usa di stanza in Iraq e in Siria, gli hezbollah libanesi restano sulle loro e non paiono ansiosi di entrare nel conflitto, salvo punture di spillo al confine e lanci di decine di razzi sul nord di Israele.
Guerra Israele – Hamas: 36 giornalisti uccisi dall’inizio del conflitto
Sono almeno 36 i giornalisti e gli operatori dei media ad avere perso la vita dall’inizio del conflitto tra Israele e Hamas. Lo denuncia il Committee to Protect Journalists (Cpj). Tra le vittime si contano 31 palestinesi, quattro israeliani e un libanese.
Reporter Senza Frontiere, dopo aver svolto una inchiesta su quanto avvenuto il 13 ottobre al confine tra Israele e Libano – in quella occasione venne ucciso Issam Abdallah, un operatore della Reuters ed altri sei colleghi vennero feriti –, è giunta alla conclusione che i militari presero di mira il gruppo di inviati in modo deliberato, pur sapendo che erano rappresentanti della stampa.
Un episodio di intolleranza è stato raccontato dall’emittente pubblica tedesca Ard: una sua troupe, mentre tornava da un servizio sulle violenze contro i palestinesi da parte dei coloni radicali, sarebbe stata fermata e minacciata da soldati israeliani a sud di Hebron.