Come distrarre l’America dai suoi guai? Offritele una nuova puntata del ‘caso Epstein’, anzi regalatele tre milioni di nuovi documenti sulle vicende del finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, morto suicida in carcere a New York nel 2019, e tutto il resto sparisce, o quasi, dalle prima pagine. Nel mucchio di carte, ci sono pure 2000 video e 180 mila foto da visionare.
Anche se, da quel mucchio, non spunta, nell’immediato, nulla di davvero esplosivo e/o che già non si sapesse. Il presidente Usa Donald Trump è nominato in 3200 dei tre milioni di documenti, mail, foto, video o altro, cioè in uno ogni mille. Ma di per sé questo non significa nulla, perché che Epstein e Trump si conoscessero e si frequentassero, almeno fino all’inizio del XXI Secolo, è cosa ben nota e ampiamente documentata.
Come che sia, a cavallo tra gennaio e febbraio il ‘caso Epstein’ desta più interesse, sui media Usa, degli sviluppi di guerra o quasi in Ucraina e in Iran; della scelta di Kevin Warsh come presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti: di un mini-shutdown, cioè di una serrata di breve durata dei servizi pubblici federali, perché il Congresso non vara in tempo la legge che rifinanzia la spesa pubblica; e degli strascichi delle uccisioni a Minneapolis di due cittadini americani ad opera di agenti della polizia anti-migranti.
La pubblicazione dei documenti su Epstein era attesissima, perché il Dipartimento della Giustizia doveva ancora completare l’esecuzione all’ordine del Congresso di fare conoscere tutto il dossier sul caso in suo possesso, nell’intento di smantellare le teorie cospirative sviluppatesi nel tempo intorno al personaggio (e di chiarire il tenore dei rapporti fra Epstein e Trump).

Secondo Politico, i nuovi documenti confermano “l’ampiezza dell’orbita di Epstein”, cioè i contatti e l’influenza di cui il finanziare pedofilo godeva. A esplicitarlo, il sito pubblica un foto-montaggio di Epstein con due sue ‘conoscenze’, Steve Bannon, l’ideologo della prima campagna presidenziale di Trump, ed Elon Musk, che nel 2013 scriveva al pedofilo “Quando andiamo sulla tua isola?”, Little Saint James, nei Caraibi, il luogo di tutte le depravazioni (ma non è detto che Musk sapesse che cosa vi accadeva).
La Cnn, però, dà voce ai dubbi sul fatto che questa massiccia pubblicazione di documenti abbia davvero svuotato gli archivi del Dipartimento della Giustizia, la cui responsabile Pam Bondi respinge le critiche di avere coperto Trump con gli omissis e, magari, tenendo nascosti alcuni files. Senza contare che siamo ben oltre la scadenza del 19 dicembre fissata per legge.
Quanto alle teorie cospirative, esse non finiranno mai. E i democratici denunciano, esplicitamente, la mancata pubblicazione “di tutti i documenti come richiesto dall’Epstein Files Transparency Act”: lo dice Norm Eisen, il legale che fu l’assistente di Barack Obama per l’etica del governo.
Il deputato Ro Khanna, un ‘liberal’, esprime le stesse perplessità: “Il Dipartimento di Giustizia ha identificato sei milioni di pagine potenziali, ma ne sta pubblicando la metà dopo una revisione. Questo solleva dubbi sul perché il resto non viene reso noto”. Il suo collega Robert Garcia incalza: “Trump e il suo Dipartimento della Giustizia hanno ora detto chiaramente di non volere pubblicare il 50% dei files su Epstein pur affermando di avere pienamente rispettato la legge. E’ scandaloso e preoccupante”.
‘Files Epstein’: chi c’è e chi non c’è

Media di ogni tipo setacciano i documenti, ricavandone rivelazioni magari episodiche, ma in grado di travolgere o almeno coinvolgere personaggio d’ogni genere, dall’ex principe Andrea, che c’era già dentro fino al collo, alla regina ereditaria di Norvegia Mette-Merit, che affittò per quattro giorni la casa di Epstein in Florida. In Slovacchia, il consigliere per la sicurezza nazionale del premier Robert Fico, Miroslav Lajcak, si dimette perché citato nei files.
Si legge che Bill Gates avrebbe contratto una malattia venerea dopo rapporti con ragazze russe e avrebbe chiesto a Epstein di aiutarlo a procurarsi delle medicine di nascosto dalla moglie Melinda. In una mail citata dal Daily Mail, il finanziere ce l’ha con il fondatore di Microsoft. Che aveva rotto la loro amicizia: “Mi chiedi ora di cancellare le mail sulla tua malattia sessualmente trasmissibile e la tua richiesta di antibiotici da passarti di nascosto da Melinda”.
L’attuale segretario al Commercio Usa Howard Lutnick, autore a Davos in gennaio di sparate anti-Ue, invitò Epstein a una raccolta di fondi per Hillary Clinton, dopo essere rimasto “scandalizzato” alla vista della sala massaggi del magnate pedofilo, che era suo vicino di casa a New York.
Né Trump né l’attuale first lady Melania ne escono indenni. Epstein critica Trump in diversi scambi con l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, un democratico già rovinato dallo scandalo. Una mail del 2017, intercettata da The Mirror, recita: “Il mondo non capisce quanto è stupido Trump”. Quando Summers nel 2016 chiede a Epstein se Trump faccia uso di cocaina, a risposta è “zero”.
Nei documenti, c’è uno scambio di mail fra Melania Trump e Ghislaine Maxwell, partner sessuale e procacciatrice di prede di Epstein, circa due anni prima del matrimonio don Trump. Melania si dice contenta di incontrare a Palm Beach Ghislaine, che le risponde chiamandola “tesoro”. Brett Ratner, regista del film su Melania appena uscito, compare in una foto con Epstein su un divano bianco, accanto a due ragazze la cui immagine è oscurata.
‘Files Epstein’: le accuse a Trump sotto elezioni, nel 2016 e nel 2020
Nei ‘files Epstein’, ci sono molte ‘soffiate’ inviate alla polizia federale prima delle presidenziali 2016 e 2020: non è chiaro se siano storie vere, se fossero fatte per screditare o ricattare Trump e perché siano state eventualmente ritirate. Una vittima di Epstein raccontò all’Fbi che Maxwell la presentò a Trump come “disponibile”: nel documento del 2021, la donna precisa che tra lei e Trump “non accadde nulla”.
C’è un’accusa di stupro nei confronti di Trump da parte di una donna che intentò negli anni diverse azioni legali contro il magnate, salvo poi ritirarle, l’ultima volta prima delle presidenziali 2016. L’Fbi dettaglia gli abusi che la donna diceva di avere subito: Epstein si sarebbe “arrabbiato” perché sarebbe stato Trump – e non lui – a toglierle la verginità.
Nel 2020, una donna affermava di essere stata costretta a praticare sesso orale a Trump 35 anni prima, quando era minorenne. Un’altra denunciava una tratta di esseri umani a sfondo sessuale, avvenuta fra il 1995 e il 1996, nel club da golf di Trump a Rancho Palos Verdes, in California,. Un’altra ancora raccontava che, incinta a 13 anni, aveva fatto sesso orale a pagamento con Trump, che sarebbe pure stato presente quando suo zio uccise il bambino appena nato. E c’è chi testimonia di feste da Trump a Mar-a-Lago dove Epstein portava dei bambini e il futuro presidente li metteva all’asta.
La Casa Bianca non ha commentato tutte queste storie, rimandando a quanto già dichiarato, cioè che le carte pubblicate contengono “affermazioni false e sensazionalistiche contro il presidente, presentate all’Fbi prima delle elezioni del 2020”.
‘Files Epstein’: la linea del Dipartimento della Giustizia e le proteste delle vittime
Todd Blanche, un ex legale personale del presidente Trump, divenuto vice-ministro della Giustizia, è il volto delle indagini su Epstein, specie dopo che il presidente e i suoi fedelissimi hanno espresso perplessità per la gestione del caso del finanziere pedofilo da parte della sua capa Pam Bondi,, .
Ai media, Blanche dice che nulla è stato fatto per proteggere né Trump né nessun altro: “Credo – ha però rilevato – che ci sia una sete di informazioni che … non sarà soddisfatta da questi documenti”: “Abbiamo rimosso le foto delle donne escluse quelle di Maxwell, ma non quelle degli uomini… Abbiamo fatto un lavoro accurato, ma non si può escludere che siano stati commessi degli errori e delle sviste che espongono le vittime…”. Ai files resi pubblici, non hanno accesso i minorenni.
Il vice-ministro ha ammesso che le pagine su Epstein in possesso del ministero sono sei milioni: molte non sono state pubblicate perché metterebbero a rischio indagini federali, o perché contengono foto di abusi su bambini o dati sulle vittime. Una spiegazione che però non convince molti osservatori e non dissipa i dubbi dei democratici sulla correttezza dell’operato dell’Amministrazione. I repubblicani restano, per il momento, silenziosi, ma perplessità circolano anche fra di loro, specie fra i più Maga.
Quanto alle vittime, numerose voci di protesta si sono levate: l’identità di alcune non è stata protetta e i nomi di chi compì abusi sono stati nascosti. Il prossimo appuntamento è l’11 febbraio, quando Bondi sarà sentita dalla Commissione Giustizia della Camera.














