Le speranze di pace muoiono uccise dai cingolati israeliani, a Gaza City, e dai droni e dai missili russi nelle città ucraine. Nella Striscia, nel primo giorno di quella che dovrebbe essere la fase finale dell’operazione Carri di Gedeone 2, l’esercito israeliano ha occupato il 40% della principale città e ha fatto un centinaio di vittime. L’attacco è condotto con centinaia di carri – quelli di vecchio tipo sono stati trasformati in bombe semoventi -, ma anche con droni ed elicotteri.
I militari hanno aperto a Gaza una seconda via di fuga verso il sud, oltre quella costiera

si stima che quasi 400 mila persone abbiamo abbandonato le proprie abitazioni per sottrarsi alla furia dell’attacco. Il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, pur contrario all’operazione, s’è ieri posto e mostrato sul campo alla testa delle proprie truppe. Il ministro degli Esteri Israel Katz azzarda improbabili equazioni: “Vogliamo prendere il controllo di Gaza City perché è simbolo del governo di Hamas. Se la città cade, Hamas cade”. Ma capi e miliziani non sono più lì: le truppe israeliane non incontrano resistenza, distruggono e basta.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu approfitta, scrive il New York Times, dell’atteggiamento da “laissez-faire” – così nel titolo – del presidente Usa Donald Trump, “che né gli chiede di frenarsi né avalla apertamente l’attacco”, consentendogli di dare per acquisito “il via libera alle sue azioni”. E così è, in realtà, se l’attacco parte mentre il segretario di Stato Usa Marco Rubio è a Gerusalemme e non batte ciglio.

Trump in visita di Stato nel Regno Unito pregusta “la pompa e lo sfarzo” che i reali britannici – scrive la Cnn – intendono sciorinare per lui e Melania, con l’intento di catturarne la benevolenza e d’evitarsi momenti sgradevoli. Se Hamas non restituirà tutti gli ostaggi –avverte -, sperimenterà l’inferno. Ma quale inferno è peggiore di quello che i palestinesi stanno vivendo nella Striscia?
I negoziati a Gaza sono stati sepolti vivi, prima sotto le bombe dell’attacco ai negoziatori di Hamas a Doha la scorsa settimana e ora sotto le macerie di Gaza: l’accoglienza a dir poco fredda riservata a Rubio in Qatar lo prova. E, con le trattative, rischiano di restare sepolti vivi gli ostaggi superstiti – dei 250 circa sequestrati il 7 ottobre 2023, una cinquantina non sono ancora stati restituiti alle loro famiglie e, di questi, una ventina sarebbero ancora superstiti -.
Il generale Zamir afferma che portare a casa gli ostaggi “è un obiettivo di guerra e un impegno etico nazionale”. Ma i familiari dei rapiti accolgono l’attacco con disperazione perché mette a repentaglio la vita dei loro cari.

Poco importa a Netanyahu e alla sua maggioranza di fanatici ultra-ortodossi che il resto del Mondo, l’Onu, l’Ue, i singoli Stati, condannino l’attacco e chiedano a Israele di fermarsi. Netanyahu vede Israele evolvere da ‘paradiso delle start-up’ a ‘Super-Sparta’, una Nazione perennemente assediata dai propri nemici e autarchica, capace di bastare a se stessa – almeno fin quando gli americani aiutano.
La crisi umanitaria, già gravissima, nella Striscia non può che peggiorare, così come il bilancio delle vittime – oltre 64 mila dall’inizio del conflitto, a fronte delle 1200 circa degli attacchi terroristici in territorio israeliano del 7 ottobre –.
Un team di tre esperti indipendenti, incaricato dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite d’indagare, accerta che quello in corso a Gaza è un genocidio e chiede alla comunità internazionale di porvi termine e di punire i responsabili. Il rapporto è molto documentato, corposo e dettagliato, ma Israele lo respinge come “falso e distorto e antisemita”: un frutto della propaganda di Hamas.
La prossima settimana, Netanyahu, che è ricercato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale dell’Aja, parlerà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite dell’Onu e ha chiesto di incontrare subito dopo a Washington il presidente Trump. Che potrà così inanellare colloqui con leader accusati di crimini di guerra: dopo il presidente russo Vladimir Putin, il premier israeliano.














