Arriva dal Vaticano una proposta che potrebbe dare una scossa ai negoziati per la pace tra Russia e Ucraina, dopo la falsa partenza a Istanbul la scorsa settimana, con la riunione – la prima dopo oltre tre anni – fra delegazioni dei Paesi in guerra: quasi un flop, assenti i leader e con un unico risultato concreto, lo scambio di mille prigionieri per parte, il più grosso mai realizzato. Papa Leone XIV fa sapere e il segretario di Stato Pietro Parolin conferma che la Santa Sede è disponibile a organizzare e a ospitare le trattative.
Papa Prevost, il primo papa nord-americano, ha avuto accoglienze positive sia da Mosca che da Kiev e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky lo ha incontrato, in occasione delle cerimonie di inizio pontificato domenica scorsa: per la pace, può giocarsi la carta di essere ancora scevro di critiche dall’una e dall’altra parte.

Ora come ora, però, il problema non è il luogo del negoziato – i candidati mediatori non mancano, con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sempre in prima fila -, ma la trattativa stessa, che fatica a decollare. La Russia la tira in lungo, a costo di logorare il credito incomprensibilmente datole dall’Amministrazione Trump, e cerca di acquisire sul terreno ulteriori vantaggi territoriali; e gli europei le scaricano addosso l’ennesima bordata di sanzioni economiche -è la 17°-, che non è chiaro che impatto possa avere.
Dopo il ‘Vertice degli assenti’ a Istanbul e la telefonata di lunedì tra i presidenti Usa Donald Trump e russo Vladimir Putin, con il corollario di consultazioni di Trump con Zelensky e i suoi maggiori interlocutori europei, l’attenzione e l’apprensione umanitaria internazionale è però tornata a puntare sulla Striscia di Gaza, dove Israele mantiene la pressione militare, con decine di vittime ogni giorno, e continua a centellinare gli aiuti umanitari, attirandosi critiche e – finalmente – misure ‘punitive’.
MO: Gaza, il dramma umanitario innesca (finalmente) una reazione europea
Ancora mercoledì mattina, due giorni dopo l’annuncio della ripresa del flusso di viveri e medicinali, sia pure con il contagocce – “una goccia nel mare”, dicono le organizzazioni umanitarie -, gli aiuti non erano ancora arrivati alla popolazione palestinese, nonostante l’ingresso nella Striscia, a seguito degli appelli di 22 Paesi, fra cui l’Italia, di un centinaio di autotreni. Serve con urgenza “un flusso” di aiuti massiccio a Gaza, altrimenti 14.000 bambini palestinesi potrebbero morire entro giovedì, dice alla Bbc il diplomatico britannico Tom Fletcher, vice-segretario generale delle Nazioni Unite e coordinatore delle missioni di soccorso di emergenza nel mondo. Nella Striscia, centinaia di migliaia dei circa due milioni di residenti soffrono la fame.

Con agghiacciante disumanità il premier israeliano Benjamin Netanyahu si dichiara “costretto” dalle pressioni internazionali a riaprire i valichi, rimasti chiusi per quasi tre mesi, quasi scusandosi con la destra fondamentalista ultra-religiosa della sua maggioranza che gli contesta la decisione.
Disumanità del resto corrisposta da un esponente di Hamas, Sami Abu Zuhri, che dei morti di Gaza innescati dagli attacchi terroristici del 7 ottobre in territorio israeliano – 1200 vittime, oltre 250 ostaggi catturati – dice: “I morti saranno sostituiti dai nati: al posto di ogni cadavere le nostre donne daranno alla luce molti più martiri. Durante la guerra, nella Striscia sono nati 50 mila bambini?”, cioè più o meno quante sono state le vittime. Centinaia di palestinesi replicano disillusi sui social e manifestando nelle strade: “Siamo solo carburante per le guerre” di Hamas.
Protesta anche Londra, Netanyhau tira dritto. La Gran Bretagna sospende i negoziati commerciali con Israele per un accordo di libero scambio e annuncia sanzioni contro i coloni che nella CisGiordania compiono violenze contro i palestinesi: “Le sofferenze dei bambini sono intollerabili”, afferma il premier britannico Keir Starmer. L’Ue, con l’avallo di una maggioranza dei 27 – contrari Italia e Germania – decide di riesaminare l’accordo di associazione con Israele che risale al 1995, constatando violazioni di quanto previsto sul rispetto dei diritti umani; e potrebbe sospenderne l’attuazione.
Con una dichiarazione congiunta, diramata lunedì, i governi di Francia, Regno Unito e Canada chiedono a Israele “di fermare le operazioni militari a Gaza e di autorizzare immediatamente l’ingresso di aiuti umanitari“, minacciando, in caso contrario, “azioni concrete”. Ishaan Tharoor scrive, sul Washington Post, che Israele, uccidendo e affamando i palestinesi a Gaza, sta diventando “un paria globale”; e non è il solo a pensarla così.

Israele è decisa ad assumere il controllo “di tutto il territorio” della Striscia di Gaza. Il governo di Tel Aviv avverte i residenti di alcune località, Khan Yunis, Bani Suheila, Abasan, dell’imminenza di una “offensiva senza precedenti”, invitandoli a mettersi al sicuro. Intanto, a Doha, in Qatar, il negoziato tra Israele e Hamas prosegue, senza che, però, se ne vedano progressi.
Ma Israele accende bagliori di guerra anche sul fronte dell’Iran: secondo la Cnn, Netanyahu sarebbe pronto a condurre un attacco contro le installazioni nucleari iraniane. L’illazione stupisce perché sono in corso negoziati diretti tra Usa e Iran per evitare che Teheran si doti dell’atomica, in cambio dell’allentamento delle sanzioni economiche, finanziarie e commerciali imposte da Washington: c’è un nuovo round di colloqui bilaterali previsto a Roma nel fine settimana.
Ucraina: Putin spinge Trump dal coinvolgimento al disimpegno
Sull’Ucraina, il New York Times rileva che il presidente Trump sembra avere cambiato posizione: dal coinvolgimento nella ricerca della pace al disimpegno, “Non è un mio problema”. Trump avrebbe cioè fatto un passo indietro rispetto al tentativo di giungere almeno a una tregua, dopo che la telefonata di lunedì con Putin ha segnato “una vittoria diplomatica” del leader russo, che non gli ha di fatto concesso nulla.
Sul Washington Post, Drew Goins scrive che Trump “ha perso due ore” con Putin. Per Le Monde, Putin “si sottrae alle minacce di Trump”, in una telefonata lunga, ma “senza risultati tangibili”: adesso, gli Stati Uniti puntano su negoziati diretti tra Russia e Ucraina in vista di un cessate-il-fuoco e poi di una pace le cui condizioni siano discusse e decise dai due belligeranti.

Commenti e analisi che troviamo pure su media italiani. Sui suoi Appunti, Stefano Feltri constata che la mediazione di Trump non ha concluso nulla e che la pressione di Putin sull’Europa è più minacciosa che mai, in una fase in cui gli europei devono “scegliere fra due Occidenti”. Le elezioni in Gran Bretagna, Portogallo, Polonia e Romania, indicano che “la sfida non è più tra destra e sinistra, ma tra Occidente democratico e Occidente sovranista … E l’Italia di Giorgia Meloni sta dalla parte sbagliata”.
Su la Repubblica Maurizio Molinari denuncia “il corto circuito Trump – Putin”: A quattro mesi dall’insediamento alla Casa Bianca, la corte di Trump a Putin non ha portato a reali passi avanti verso una tregua in Ucraina, ma ha anzi “fatto emergere la volontà del Cremlino di non rinunciare alle mire su Kiev né al disegno di modificare a proprio favore l’equilibrio di sicurezza in Europa”.
UE disorientata dall’atteggiamento americano sul conflitto nel vecchio continente. Secondo fonti di Axios, i leader europei che hanno parlato con Trump dopo la chiamata con Putin sono rimasti “sorpresi o scioccati” dalla “deferenza” del magnate presidente verso l’autocrate russo, mentre a Kiev e nell’Ue c’è la percezione che la Russia stia solo cercando di “guadagnare tempo per continuare la sua guerra e la sua occupazione”. Le nuove sanzioni europee mettono nel mirino la flotta ombra di almeno 200 imbarcazioni sotto varie bandiere che consentono a Mosca di aggirare le limitazioni all’export impostele dopo l’invasione dell’Ucraina.

Nel frattempo, il conflitto prosegue. Nel fine settimana, la Russia ha compiuto l’attacco con droni sull’Ucraina più vasto dall’inizio del conflitto, lanciandone 273 in una sola notte, per lo più nell’area di Kiev – due le vittime, secondo le fonti ucraine -; e le notti successive centinaia di droni hanno attaccato le regioni di Donetsk, Dnipropetrovsk, Sumy, Zhytomyr.
Ucraina: dopo il flop del Vertice, il flop della telefonata
Una telefonata può tenere aperto il dialogo, ma non basta ad avvicinare la pace: quella tra Trump e Putin dura oltre due ore, molte parole e tante speranze, ma pochi fatti e nessuna certezza. E sembra quasi che l’onere della prova di volere la fine della guerra torni a carico dell’Ucraina invasa: a chi gli chiede se Kiev faccia abbastanza per trattare, Trump risponde “Ve lo dirò in due settimane”.
Il magnate presidente resta convinto che Putin “voglia la pace” e afferma di avere “una linea rossa” nel perseguire un negoziato fra i due rivali. Quale? “Non ve lo dico, perché renderebbe la trattativa più difficile”.
L’impressione è che Putin e Zelensky vogliano entrambi evitare rotture con Trump più che trovare un’intesa fra di loro. Putin apre a un cessate-il-fuoco, ma i tempi sono tutti da definire: sicuramente non subito e non di 30 giorni. Zelensky, che si sente spalleggiato dai Volenterosi europei, non smentisce che Kiev e Mosca inizieranno a trattare “una tregua immediatamente” e, “ancora più importante, a negoziare la fine della guerra”, lasciando, però, gli impegni vaghi e indeterminati.
La lettura ottimistica della Casa Bianca si stempera nella cautela del Cremlino: i contatti tra Russia e Ucraina sono stati ristabiliti e sono già in corso, come prova l’incontro di Istanbul venerdì scorso, dice il portavoce di Putin Dmitry Peskov. Un memorandum tra Russia e Ucraina? Le parti elaboreranno bozze e se le scambieranno per ricavarne un testo unico: “Non ci sono scadenze e non possono essercene – precisa Peskov -. È chiaro che tutti vogliono farlo il più rapidamente possibile, ma il diavolo si nasconde nei dettagli… Ci vorranno contatti complessi per elaborare un testo unico“.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, va in scia a Peskov: “La parte russa non si è mai tirata indietro da colloqui ed è pronta a portare avanti i contatti con la parte ucraina”.

Quanto al luogo del negoziato, il Vaticano è disponibile, conferma il vice-presidente Usa JD Vance, rientrando a Washington dopo un incontro, lunedì, con Papa Leone XIV. “Fantastico”, gli fa eco Trump, che non rinuncia a mettere il cappello sul primo Papa nato negli Stati Uniti. I russi frenano, “Non è stata ancora presa alcuna decisione”: “Sappiamo della iniziativa del Papa e siamo grati a tutti coloro che sono disposti a dare il loro contributo”.
I commenti del Cremlino rischiano di alimentare “la frustrazione” di Trump – il termine è di Vance – sui tempi lunghi della guerra ucraina, che lui contava di chiudere da un giorno all’altro, appena insediatosi alla Casa Bianca. La Casa Bianca mantiene una facciata ottimista: definisce la telefonata “eccellente nei toni e nello spirito”, nonostante gli impegni scaturiti siano vaghi nei contenuti e indeterminati nei tempi. Le “condizioni” delle trattative “saranno negoziate tra le due parti, perché solo loro conoscono i dettagli della situazione”, ammette il magnate presidente.
Trump era al telefono dalla Casa Bianca, Putin da Sochi in Crimea per l’inaugurazione d’una scuola di musica. Russi e ucraini lavoreranno a un memorandum per un “possibile trattato di pace futuro” che stabilisca tra l’altro “un possibile cessate-il-fuoco per un certo periodo se i relativi accordi saranno definiti”, fermo restando – insiste Mosca – che “servono compromessi che soddisfino ambedue le parti” e, soprattutto, che è necessario “eliminare le cause di fondo” del conflitto.
Zelensky, aggiornato da Trump sulla telefonata con Putin, si dice pronto a studiare il memorandum, ma ribadisce che Kiev non si ritirerà dalle zone sotto suo controllo – nelle regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia -, condizione posta dai russi a Istanbul. Trump ha pure informato i suoi maggiori interlocutori europei, inclusa la premier italiana Giorgia Meloni.














