La scorsa notte, il Mondo s’è fermato sulla soglia dell’Apocalisse, anzi a poco più di un’ora dall’Apocalisse: il presidente Usa Donald Trump fa un passo indietro dalla sua minaccia di distruggere in una sola notte la civiltà iraniana, colpendo in Iran obiettivi civili come ponti, ferrovie, centrali elettriche, installazioni energetiche, e accetta un cessate-il-fuoco di due settimane in cambio della riapertura, da parte dell’Iran, dello Stretto di Hormuz alla navigazione.
Il post liberatorio di Trump sul suo social Truth arriva verso l’una di notte italiana, le sette di sera a Washington. Il Consiglio Supremo di sicurezza nazionale iraniano conferma, poco dopo, di avere accettato il cessate-il-fuoco e annuncia che negoziati con gli Usa cominceranno venerdì a Islamabad in Pakistan. Teheran nota che la tregua non è la fine della guerra: “Teniamo il dito sul grilletto: se il nemico dovesse commettere il minimo errore, andrebbe incontro a tutta la nostra forza”.
Israele di adegua al cessate-il-fuoco, ma precisa che esso non riguarda il Libano, dove intende continuare i bombardamenti e i combattimenti. Secondo la Cnn, ci sono in Israele “preoccupazioni” per la tregua concordata tra Iran e Usa, perché nessuno degli obiettivi dell’aggressione israelo-americana è stato finora raggiunto: l’annichilimento del programma nucleare iraniano, lo smantellamento dei depositi e dei lanciatori di missili balistici, la capacità di coordinare le milizie sciite nell’intera ragione e il rovesciamento del regime.
L’annuncio del pericolo di distruzione scampato, o almeno rinviato, impatta subito sulle borse – le asiatiche aprono euforiche – e sui prezzi dell’energia – il petrolio scende sotto i cento dollari al barile -. Usa e Iran cantano entrambi vittoria e l’Iran sostiene che gli spetterà di coordinare il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz. Entrambi rendono merito alla mediazione del premier pachistano Shehbaz Sharif.
C’è chi vede nell’intesa in extremis, per ora solo temporanea, un ruolo della Cina, che avrebbe esercitato pressioni in extremis sia su Washington che su Teheran.
Iran: tregua, le parole del Papa
I media Usa danno molto rilievo alle parole pronunciate, ieri sera, da Papa Leone XIV, il primo papa statunitense, che, parlando con i giornalisti a Castel Gandolfo, ha giudicato “inaccettabile” la minaccia contro il popolo iraniano. “Qui ci sono certo questioni di diritto internazionale …, ma è una questione morale per il bene del popolo intero. Vorrei invitare tutti a pensare nel proprio cuore a tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, … che sarebbero fra le vittime di questa escalation…”.
Per Leone XIV, “occorre rigettare la guerra, specialmente questa guerra, ritenuta da molti ingiusta”: Invece, “continua l’escalation e non risolve niente e provoca una crisi economica mondiale, una crisi energetica e grande instabilità… Occorre tornare al tavolo per trovare soluzioni…Gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale e sono il segno della distruzione che l’essere umano è capace di mettere in atto… Tutti dobbiamo lavorare per la pace…”.
Con un riflesso molto americano, e anche per questo colto da tutti i media Usa, Papa Prevost ha sollecitato i cittadini a prendere contatto con i loro rappresentanti nel Congresso “per dire che non vogliamo la guerra, che vogliamo la pace: siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel Mondo”.
Iran: guerra, le parole di Trump
Il sollievo generale per l’Apocalisse sventata, o almeno rinviata, non cancella, però, l’impressione creata dalle parole usate, ieri mattina, dal magnate presidente, che, secondo il New York Times, “vanno al di là della spacconata” e pongono “problemi costituzionali”. Il Wall Street Journal racconta il giorno in cui le parole di Trump “hanno tenuto il Mondo con il fiato sospeso”: per il giornale, “Postando che un’intera civiltà sarebbe andata distrutta se non fosse stato trovato un accordo, il presidente ha generato un panico globale fra quanti cercavano di immaginare che cosa sarebbe successo”.
Politico guarda già oltre: oggi, nello Studio Ovale, il segretario generale della Nato Marc Rutte cercherà di appianare le tensioni emerse nell’Alleanza atlantica, dopo l’aggressione all’Iran e dopo i propositi di abbandono manifestati da Trump. Ma dissensi sulla guerra emergono pure dentro l’Amministrazione Usa: al Pentagono, è in atto un braccio di ferro tra il segretario alla Guerra Pete Hegseth e il segretario alla Marina Dan Driscoll, che non intende recedere dalle sue posizioni e che ha l’appoggio del vice-presidente JD Vance, fin dall’inizio perplesso sul conflitto.
Il Washington Post ricostruisce come il premier israeliano Benjamin Netanyahu abbia persuaso alla guerra Trump, nonostante buona parte delle sue tesi fossero ritenute infondate dall’intelligence e dai vertici militari degli Stati Uniti, specie là dove argomentava che l’attacco israelo-americano avrebbe innescato moti popolari anti-regime.
Infine, una buona notizia: la giornalista free-lamce americana Shelly Kittleson, sequestrata in Iraq la scorsa settimana da una milizia sciita pro-oraniana, è stata liberata nel quadro di uno cambio di prigionieri con detenuti del gruppo chiamato Kataib Hezbollah.














